NUORO – Secondo alcuni dati di ricerca, le coppie giapponesi hanno matrimoni stabilissimi. Questo non accade per casi fortuiti, ma perché gli innamorati seguono una regola che quasi tutti gli psicoterapeuti occidentali ignorano. Nella cultura giapponese “ma” significa spazio. Non è distanza e nemmeno fuga, ma una pausa voluta. E’ un momento in cui il silenzio fa da padrone, tutto intorno tace, non si dice nulla, per far tornare la chiarezza. Quando in una coppia nasce un conflitto questa non litiga, non spiega, non giustifica e nemmeno si difende. I componenti invece esprimono un concetto perentorio: “Prendiamoci 3/4 minuti di ma”. Sappiamo tutti che la maggior parte dei litigi non riguarda spesso ciò che si dice quanto il momento in cui si discute. Quando la rabbia prende il sopravvento la logica si spegne e le parole diventano armi, lame affilate e taglienti. Puoi amare tantissimo la persona con cui discuti e non vorresti certo ferirla, ma dopo un litigio, a freddo, l’impulsività può creare danni irreparabili in una coppia. 
Il “ma” non deve essere inteso come una via di fuga, una scusa per evitare il conflitto, ma un modo razionale per prendersi cura della relazione ancor prima di esprimersi a parole. A volte, finché il sistema nervoso non trova pace, il gesto più saggio che si può compiere è fare silenzio. Questo non significa trattenere o reprimere le proprie emozioni, ma scegliere il momento giusto per esprimerle. Durante la pausa del “ma” occorre non utilizzare il telefono, non mantenere alcun contatto visivo e stare in silenzio senza proferire alcuna parola. La coppia si isola mentalmente ma non fisicamente, si sta seduti in silenzio, insieme, finché i corpi non si rilassano e si calmano. Solo allora i due riprendono a parlarsi. Durante un conflitto il corpo si attiva, il battito accelera, il cortisolo sale alle stelle e il respiro si fa corto. In questa situazione la logica si spegne e il cervello tende a difendersi, ma non a capire.
Quando si parla in uno stato di agitazione le parole inaspriscono i concetti, il tono si indurisce, il senso delle frasi si distorce e le difese si alzano. Quando parliamo accecati dall’ira, nella cosiddetta “modalità sopravvivenza”, creiamo ferite, non soluzioni. Il silenzio condiviso dai 4 ai 7 minuti riduce l’agitazione e l’attivazione fisiologica, ripristina la lucidità mentale e regola il respiro. Ciò fa sì che il sistema nervoso si calmi per poter così trovare una soluzione al conflitto. In Occidente il silenzio viene solitamente ritenuto una fuga, una forma di aggressività passiva o freddezza. In Giappone il silenzio è una promessa: “Con la mente in preda alla rabbia e al rancore non ti farò alcun male». Prima occorre la calma, poi le parole. E’ una questione di tempismo. La maturità non consiste nel dire tutto subito, ma nel sapere quando il proprio sistema nervoso non è pronto a parlare. Se un cervello è stimolato agisce, ma se è equilibrato ascolta. Se il corpo non si sente al sicuro nessuna abilità relazionale può funzionare. Il silenzio, secondo questa logica, diventa l’atto d’amore più protettivo. 
L’amore, d’altronde, non fallisce perché si smette di volersi bene, ma perché troppo spesso si parla prima che il nostro corpo sia pronto ad ascoltare. Si può amare qualcuno tanto profondamente e ferirlo comunque con le parole. Il “ma” è super potente perché fa una sola cosa: ferma lo slancio emotivo prima che il subconscio prenda il controllo della relazione. Durante un conflitto il silenzio non è freddezza, ma un nuovo inizio, una pausa voluta per dire al corpo e alla mente “scelgo noi e non la mia reazione”. Se ci si abituasse a vivere così il nostro rapporto di coppia, se stessimo in silenzio con costanza, insegneremmo al sistema nervoso del nostro compagno che non esistono pericoli, ma che con noi si starebbe al sicuro. Ciò che vince in un rapporto di coppia non è solo la comunicazione, ma la capacità di fare una pausa senza trasformarla in una punizione. Questa è la vera ricetta vincente per raggiungere la maturità emotiva.
Tutti dovremmo perciò ritagliarci nel nostro rapporto di coppia qualche momento di “ma” per dare valore allo spazio vuoto tra le cose. Il “ma” è una presenza silenziosa che dà forma, ritmo e significato a ciò che esiste. Il significato non nasce solo da ciò che è presente, ma da ciò che viene lasciato libero. In una società che spesso tende a riempire ogni spazio, il “ma” rappresenta una scelta opposta, quasi radicale. Il vuoto non è decorativo: è funzionale alla comprensione.
Virginia Mariane

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