NAPOLI – La storia della carità e dell’assistenza sociale a Napoli ha radici secolari e rappresenta uno dei tratti culturali e antropologici più profondi della città. Nel corso dei secoli, davanti a epidemie, povertà e disuguaglianze, Napoli non ha risposto soltanto con la devozione, ma strutturando una rete di “opere pie”, ospedali d’arte e istituzioni laico-religiose che non aveva eguali in Europa per dimensioni e avanguardia. La scrittrice e filantropa Teresa Filangieri Ravaschieri Fieschi dedicò a questo fenomeno una monumentale opera in quattro volumi, La Storia della carità napoletana (1875-1879), testimoniando la vastità di questo patrimonio materiale e spirituale. Tra le innumerevoli opere ricordava i Grandi Ospedali della Carità (Dal Medioevo al Rinascimento); nel Cinque-Seicento, gli ospedali napoletani non erano semplici luoghi di cura medica, ma veri e propri centri di accoglienza caritatevole per poveri, orfani e pellegrini. I medici vi lavoravano spesso gratuitamente, affiancati da nobili e religiosi.

Teresa Filangieri Ravaschieri Fieschi
La Real Casa Santa dell’Annunziata ne è un esempio: fondata nel XIV secolo, era celebre in tutto il mondo per la “Ruota dei trovatelli” o degli “Esposti”. Qui venivano abbandonati i neonati “i figli della Madonna” che l’istituzione cresceva, istruiva e dotava di una dote (se femmine) per potersi sposare o monacare. Il Complesso degli Incurabili, fondato dalla venerabile Maria Lorenza Longo nel 1522, nacque originariamente per accogliere i malati di sifilide (il “mal francese”) che nessun altro ospedale voleva. Napoli divenne una cittadella della salute e della carità dove prestarono servizio anche futuri santi come Gaetano da Thiene e Camillo de Lellis. L’Ospedale di Santa Maria della Pace: gestito dai Fatebenefratelli a partire dal 1587, offriva cure mediche e vitto ai malati indigenti in una corsia monumentale che univa l’assistenza medica alla magnificenza dell’arte barocca. L’Età del Vicereame e le Grandi Istituzioni Nobiliari (XVI – XVII Secolo): durante il dominio spagnolo, l’enorme afflusso di popolazione dalle campagne creò forti sacche di povertà.
In questo contesto, l’aristocrazia napoletana si organizzò in “confraternite” e istituti laici dedicati alla solidarietà sociale. Tra queste merita una menzione particolare il Pio Monte della Misericordia: fondato da sette giovani nobili napoletani nel 1602, si prefisse di esercitare le sette opere di Misericordia (dar da mangiare agli affamati, vestire i nudi, seppellire i morti, ecc.). Per dare un volto a questa missione, i governatori commissionarono a Caravaggio la celebre tela Le Sette Opere di Misericordia, ancora oggi custodita nella loro chiesa. Il Pio Monte riscatta i carcerati per debiti, gestisce ospizi e distribuisce sussidi. I Padri Teatini e i Pii Operai: ordini religiosi come i Teatini o la congregazione fondata da Carlo Carafa presso la chiesa di Santa Maria della Carità (che ha dato il nome all’odierna Piazza Carità) operarono intensamente nei quartieri più difficili, offrendo istruzione alle ragazze povere e assistenza spirituale e materiale ai ceti popolari.
Arciconfraternita della SS. Trinità dei Pellegrini: specializzata nell’accoglienza dei pellegrini che giungevano a Napoli e nella convalescenza dei malati dimessi dagli ospedali. Con l’avvento di Carlo di Borbone, la carità passò da una gestione puramente filantropica e religiosa a un grande progetto di assistenza pubblica e riabilitazione sociale di stampo illuminista. Real Albergo dei Poveri (1751): progettato dall’architetto Ferdinando Fuga, doveva essere una delle strutture pubbliche più grandi d’Europa. Il re voleva riunirvi tutti i poveri, i mendicanti e i vagabondi del Regno non solo per toglierli dalla strada, ma per fornire loro un’educazione e un mestiere (tessitura, sartoria, musica), trasformando l’assistenza in riscatto sociale.
L’eredità contemporanea, quella tradizione antica non è svanita, ma si è evoluta. Strutture storiche hanno cambiato pelle, come il complesso della Santissima Trinità delle Monache riconvertito in laboratorio sociale e culturale, mentre organizzazioni storiche come la Caritas Diocesana di Napoli continuano a rispondere alle nuove povertà. Di recente, la Chiesa di Napoli ha inaugurato il Polo della Carità – Casa Bartimeo e lanciato campagne di solidarietà come “Pe’ Carità”, a dimostrazione del fatto che l’anima solidale della città, nata nei secoli bui delle epidemie, continua a battere con la stessa tenacia.
Ma non finisce qui: la realtà del Banco Alimentare presente a Napoli ormai da circa venti anni, non solo anima il cuore di tanti giovani che sentono la responsabilità di famiglie sull’orlo del collasso ma sentono anche per loro stessi la necessità di un cambiamento. Oltre a ciò, nel centro storico della città c’è la realtà delle Suore dell’Assunzione che curano famiglie bisognose ma anche ragazzi che attraverso il doposcuola hanno la possibilità di studiare, condividere serenamente le giornate e fondamentalmente essere amati. Allo stesso modo l’Associazione Icaro o anche Portofranco e così La Tenda, insomma un pullulare di attività che lavorano nel silenzio dei media e mettono in atto ciò che più di ogni altra cosa è cruciale per l’uomo: dare la vita per l’opera di un Altro.
Innocenzo Calzone
Nell’immagine di copertina, le Sette opere di Misericordia, la tela di Caravaggio esposta nella chiesa del il Pio Monte della Misericordia

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