RIETI – “Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”. Così si autoassolveva don Abbondio davanti al cardinale Federico Borromeo, che non era per nulla compiacente (I Promessi sposi, un capolavoro attualissimo, da rileggere). Avere coraggio non è una dote, trovarlo, soprattutto nei momenti difficili, in preda alla disperazione e all’incertezza, invece sì, ma non tutti ci riescono. Il Festivaletteratura di Mantova, concluso il 13 settembre, ha riunito nel trentennale oltre 300 autrici e autori da tutto il mondo, sul tema della identità e appartenenza, cosa significhi oggi avere trent’anni, le nuove tecnologie, da dove nasce l’odio che cresce intorno a noi, conflitti di classe, regole per governare il presente e immaginare un futuro, l’Europa può ancora rappresentare un spazio di resistenza politica e civile, come tenere insieme libertà, giustizia, sostenibilità al tempo della tecnologia?

Giulia Cecchettin, uccisa dal fidanzato
Nell’ultima giornata, c’erano anche Gisèle Pelicot e Gino Cecchettin, che si sono abbracciati con grande emozione nel corso dell’incontro (moderato da Ilenia Caito) sul tema “La vergogna deve cambiare lato”. Due persone che sono scese all’inferno e ne sono riemerse, non si sa come, per trasformare un dolore privato in forza di cambiamento e denuncia sociale, con grande dignità. Dare un senso al dolore è necessario, non solo perché il dolore va attraversato fino in fondo, ma soprattutto capire cosa succede “prima”, oggi che la violenza di genere sembra prendere sempre più il sopravvento. Giulia, uccisa a coltellate dal fidanzato nel 2023, Gisèle narcotizzata dal marito e violentata da estranei (conosciuti in rete) per una decina di anni, mentre il marito filmava. Nel 2024 ha trovato il coraggio di superare il senso di vergogna e pudore, al processo ha guardato in faccia suo marito e i suoi carnefici, per dimostrare che non è la vittima a dover provare vergogna, ma i suoi violentatori. E quella battaglia è diventata una legge che porta oggi il suo nome.

Gisèle Pelicot e Gino Cecchettin
Papà Gino ha costituito una fondazione nel nome di Giulia, per chiedere una consapevolezza sessuo-affettiva, necessaria fin dalla tenera età. Imparare l’amore, che non è possesso, ma il rispetto dell’altro. I telegiornali sono un bollettino di guerra nella guerra: quella combattuta in tutto il mondo e quella sulla violenza di genere. “Vi assicuro che oggi la vergogna non mi appartiene più – sottolinea Gisèle Pelicot -. Proverei vergogna se non avessi preso la decisione di denunciare (e vedere i video proiettati in tribunale durante un processo a porte aperte, da lei stessa voluto, ndr). Sono consapevole della forza che ho potuto trasmettere a tante donne e spero di poter continuare a farlo, incoraggiarle a non dubitare, a non chiedersi se la decisione sia giusta o meno. Non esiste una vittima diversa dalle altre: ognuna deve aver il diritto di parlare e soprattutto di avere fiducia in sé stessa”.

Gino Cecchettin durante una manifestazione in ricordo della figlia
“La vergogna viene dopo e forse non è neppure vergogna. Vorrei parlare di cosa accade prima. Vorrei parlare di quella consapevolezza che non ci permette di fare gesti atroci”, ha detto a sua volta Gino Cecchettin. “Non mi consideravo una femminista radicale, forse non lo sono o lo sono a modo mio, per aver scelto di oppormi al processo a porte chiuse. Incontro uomini in strada, in treno, nei miei spostamenti, mi ringraziano per averli aiutati a cambiare lo sguardo sulle donne. Hanno cambiato il modo di guardare anche le loro figlie. Tutta questa sofferenza credo che abbia comunque risvegliato qualcosa e credo che un uomo che arriva a operare la sottomissione chimica nei confronti di una donna, abbia una grandissima sofferenza a sua volta e questa sofferenza non va trascurata, è un dolore che la società deve prendere nel suo insieme. In Francia ci sono state alcune disposizioni di legge, ma non sono davvero quelle che cambieranno le cose. La cosa importante è che ci sono tanti uomini oggi che si stanno rimettendo in discussione e io molti di questi li ho incontrati”.

Gisèle Pelicot
Cecchettin ha scritto il libro Cara Giulia (Rizzoli) e Pelicot Un inno alla vita (Rizzoli): entrambi hanno parlato anche delle critiche. “Ne ho ricevute molte, ma cerco di restare positiva perché so da dove vengo e soprattutto so dove vado. L’importante è continuare a essere sinceri, autentici, senza prestare attenzione a chi ci giudica” ha sottolineato Pelicot che riceve moltissime lettere di donne che le dicono “grazie”. Cecchettin invita ad andare contro gli stereotipi: “Non giudico mai chi mi giudica, vado avanti per la mia strada e il ritorno c’è. Il mio libro mi ha tirato addosso un sacco di critiche ma io non mi volevo rassegnare, volevo parlare di Giulia e lei ora vive”.

Giulia
Un uomo e una donna come tanti, che portano cicatrici che non saranno mai rimarginate, ma alle quali è necessario dare un senso, scrivere non solo è taumaturgico, ma resta una testimonianza e una denuncia negli anni, per dare forza e consapevolezza. Cosa hanno in comune gli abusatori? “Il possesso. Possedere vuol dire vedere la persona come una cosa, un oggetto, invece l’amore è donare”, dice il padre di Giulia. “Gli aggressori considerano la donna un oggetto. Nel mio caso avevano il consenso del marito. Dobbiamo finirla con questa società maschilista. Alle nuove generazioni dico: non tornate indietro, non mollate, fatevi sentire”.
Non devono essere le donne a portare il peso della vergogna, ma una società che non sa crescere uomini equilibrati e questo vale anche per le donne, che hanno poca autostima e consapevolezza di sé, tacitate (quando va bene) se osano alzare la testa.
Francesca Sammarco
Nell’immagine di copertina, Gisèle Pelicot, la donna francese che denunciò gli abusi subiti per anni

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