MILANO – Era il 2019, e una barca di studenti universitari kenioti stava attraversando il lago Naivasha, nella Rift Valley, quando il motore smise di girare. Non per un guasto: il lago stesso aveva smesso di essere lago. Una distesa di giacinti d’acqua — piante invasive dai fiori viola, belle e devastanti — aveva tappezzato la superficie fino a immobilizzare lo scafo. Gli studenti rimasero bloccati per cinque ore. Uno di loro, Joseph Nguthiru, ingegnere civile e ambientale, guardò quella massa verde che soffocava uno dei laghi più fotografati del Kenya e cominciò a chiedersi non come eliminarla, ma come usarla. Da quell’intuizione — usare un problema per risolverne un altro — è nata nel giro di pochi anni una delle startup più interessanti dell’ecosistema ecotech africano. 
HyaPak Ecotech Limited nasce nel 2022, come evoluzione del progetto di tesi finale di Nguthiru all’Università di Egerton. L’idea è semplice nella formulazione, complessa nell’esecuzione: raccogliere il giacinto d’acqua dal lago, essiccarlo in loco, trasportarlo agli impianti di lavorazione e trasformarlo in packaging biodegradabile. I prodotti finali includono sacchi per piantine da rimboschimento che si possono piantare direttamente nel terreno insieme al germoglio — eliminando ogni residuo plastico — packaging per corrieri e rivestimenti per alimenti che mantengono la freschezza senza necessità di refrigerazione. Il metodo di trasformazione è proprietario, tenuto riservato per permettere alla startup di scalare in modo controllato.

Joseph Nguthiru, fondatore di HyaPak
Ad oggi, HyaPak ha rimosso oltre 8 ettari di giacinto dal lago Naivasha, e Nguthiru è stato nominato nel 2025 Young Champion of the Earth dall’UNEP, il programma ambientale delle Nazioni Unite. Il giacinto d’acqua non è un problema locale. L’UNEP lo classifica come la pianta acquatica invasiva più diffusa al mondo: documentata in oltre cinquanta paesi, costa alle economie globali oltre 420 miliardi di dollari all’anno attraverso i suoi effetti sulle riserve ittiche, sull’irrigazione, sulla navigazione. Al lago Naivasha, circa il 25 per cento della superficie — 370 ettari su 1.480 — è coperta dalla pianta. I pescatori locali descrivono un collasso economico progressivo: chi portava a casa novanta chili di pesce al giorno ne porta ora quindici, con redditi crollati di oltre l’80 per cento. La pianta ricresce più in fretta di quanto le comunità riescano a rimuoverla.
HyaPak non risolve il problema alla radice — nessuna startup potrebbe farlo da sola — ma trasforma la raccolta da costo a opportunità, ingaggiando i pescatori come fornitori di materia prima e creando decine di posti di lavoro nella bonifica e nella lavorazione. È qui che entra in gioco la dimensione sociale dell’innovazione. Le startup ecotech africane più interessanti non sono costruite intorno a un prodotto: sono costruite intorno a una comunità. I pescatori che raccolgono il giacinto per HyaPak non sono manodopera anonima — sono gli stessi uomini che vedevano il loro lago e il loro reddito scomparire sotto quella coltre verde. Le donne che lavorano nella lavorazione del materiale trovano in questi processi una mobilità economica che il mercato del lavoro tradizionale difficilmente offre.
Nguthiru ha fondato anche AfroClimate, un’organizzazione non profit che ha sostenuto oltre quaranta imprese climatiche africane, e gestisce l’iniziativa Adopt a River, che ha rimosso tonnellate di rifiuti dai fiumi kenioti coinvolgendo le comunità locali. Non è filantropia accessoria: è parte integrante del modello di business, perché senza le comunità la filiera non funziona. La filosofia che sta alla base di HyaPak — usare un problema per risolverne un altro — non è solo una strategia tecnica: è un modo di pensare l’innovazione che nasce dalla necessità piuttosto che dall’abbondanza. 
Il modello occidentale di innovazione tende a partire da capitali, laboratori e ricerca astratta, per poi cercare i problemi a cui applicarsi. Il modello che emerge dall’Africa — e HyaPak ne è un esempio nitido, ma non isolato — parte dal problema concreto, immediato, vissuto dalla comunità, e costruisce la soluzione con ciò che è disponibile. È quello che in economia dell’innovazione si chiama frugal innovation: non perché sia primitiva o approssimativa, ma perché è radicale nel senso letterale del termine — radicata nel contesto, senza sprechi, con un impatto misurabile dall’inizio. Il Kenya, del resto, aveva già vietato i sacchetti di plastica monouso nel 2017, creando un vuoto nel mercato che soluzioni come HyaPak sono esattamente posizionate a riempire.

Joseph Nguthiru
Il fenomeno non riguarda solo il Kenya. Attraverso il continente africano, una generazione di fondatori giovani — molti sotto i trent’anni, molti donne — sta costruendo un ecosistema ecotech che spazia dall’agritech alla water-tech, dal waste management ai biomateriali. In Nigeria, startup trasformano rifiuti agricoli in pannelli da costruzione. In Ruanda, la rete Bboxx porta energia solare dove la rete elettrica non arriva. In Ghana, aziende come Trashy Bags producono accessori dalla plastica raccolta sulle spiagge. La ricerca classifica questo fenomeno come leapfrogging — il salto che i paesi emergenti compiono quando, non avendo infrastrutture obsolete da sostituire, adottano direttamente le soluzioni più avanzate. L’Africa non sta cercando di replicare il modello industriale occidentale: sta inventando qualcosa di diverso.
Questo ribaltamento narrativo è forse la cosa più importante da capire. Per decenni, il continente africano è stato descritto come destinatario di aiuti, tecnologia e soluzioni prodotte altrove. Le startup ecotech stanno rovesciando questa relazione: le soluzioni più radicali ai problemi ambientali globali — imballaggi alternativi alla plastica, gestione delle specie invasive, economia circolare nelle comunità rurali — stanno emergendo da contesti che i laboratori occidentali non avrebbero potuto nemmeno immaginare, perché quei problemi lì non li vivono. Resta però una domanda che il modello di HyaPak pone implicitamente: chi controlla le soluzioni? Il metodo di trasformazione del giacinto è tenuto proprietario deliberatamente, per evitare che la tecnologia venga estratta e replicata senza che le comunità che l’hanno generata ne beneficino. È la versione contemporanea di una questione antica: chi possiede la conoscenza, possiede il futuro.
Le sfide che HyaPak e le startup simili devono affrontare sono reali. La scalabilità è limitata: quello che funziona intorno al lago Naivasha richiede adattamenti significativi per essere esportato altrove. La dipendenza dai finanziamenti esterni — premi internazionali, investitori d’impatto, programmi delle Nazioni Unite — è una vulnerabilità strutturale. E le bonifiche mal gestite possono alterare equilibri ecologici invece di ripristinarli. Ma questi rischi non diminuiscono la sostanza di quello che sta succedendo: una generazione di innovatori africani che non aspetta soluzioni importate, ma costruisce le proprie a partire da ciò che ha intorno.
Il giacinto è lì, il lago è lì, il problema è lì. E qualcuno ha deciso che era abbastanza per cominciare.
Ivana Tuzi

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