RIETI – “Eccomi, essere qui è particolarmente emozionante, nel dividere lo spazio con 54 mila ragazzi, italiani e austriaci, ora uniti in una memoria collettiva”. Inizia così il monologo “In trincea” di Roberto Saviano dal piazzale degli Eroi ad Asiago, trasmesso recentemente su LA 7 e disponibile in rete. Di quei ragazzi hanno seppellito i pezzi, non i corpi, di molti non si sono ritrovate neanche le piastrine, alcuni sono resti senza nome. “Le ossa ci chiedono da che parte stare, a ricordare fin dove può arrivare l’uomo quando smette di riconoscere l’uomo. Tutti gli uomini muoiono chiamando mamma. Le guerre si possono studiare: date, luoghi, nomi (almeno finché dagli archivi, tra qualche decennio, un algoritmo non ci dirà ‘pagina non trovata’, ndr), ma è la letteratura a dire cosa è vivere un conflitto, esserci con il corpo e l’anima. Il tempo di un bombardamento di 2,4 minuti è infinito, cambia le grammatiche, la paura cambia il ritmo del cuore, si rovesciano i significati, il devoto bestemmia, l’ateo prega. Le pagine scritte da chi c’era, proiettano il lettore dentro gli eventi, non più al sicuro dietro uno schermo di vetro”, prosegue Saviano, che cuce un racconto crudo, fatto di episodi raccontati da grandi scrittori.
Come Emilio Lussu, ufficiale della Brigata Sassari (autore nel 1938 di Un anno sull’altipiano, eletto più volte al Parlamento, due volte ministro, fondatore del Partito Sardo d’Azione e del movimento Giustizia e Libertà), Curzio Malaparte (Viva Caporetto! La rivolta dei Santi maledetti, pubblicato con il nome Curzio Erich Suckert, sequestrato dalla censura, pubblicato integralmente nel 1980 a cura dello storico Mario Isnenghi (Malaparte denunciava l’incapacità degli ufficiali e l’irresponsabilità della classe politica), Blaise Cendrars, pseudonimo di Frédéric-Louis Sauser (svizzero naturalizzato francese arruolato volontario, autore de “La mano mozza” ripubblicata da Enaudi nella traduzione di Giorgio Caproni).
Le lettere dei soldati ai familiari passavano la censura e se il soldato si lamentava o criticava poteva anche essere fucilato. Nessun libro di storia racconterà i comportamenti e gli atteggiamenti dei generali, che non guardavano i corpi feriti, ma la carriera militare e le famiglie, terrorizzavano i soldati con le decimazioni: il soldato era responsabile per tutti e si poteva venire fucilati al posto del vero colpevole. Saviano racconta il 15 luglio 1917 della Brigata Catanzaro “tutti analfabeti, scelti appositamente, perché non potessero scrivere a casa. Il generale Alfredo Graziani uccise il fante Alfredo Ruffini, di 24 anni, che fumava un sigaro di ritorno dal fronte e lo salutò solo con un cenno della mano: ‘Dei soldati faccio quello che mi pare’, disse. L’episodio è stato visto e raccontato dalle infermiere nelle retrovie. Molti anni dopo su un treno Roma -Bologna, Graziani (ormai in pensione) venne riconosciuto e gettato sotto al treno”. 
Le grida di dolore dei feriti nelle infermerie sono le meno raccontate, come la scelta di chi salvare e chi lasciare andare e anche in quel caso, conta chi sei e la famiglia a cui appartieni. Le infermiere, anche se non laureate (non potevano iscriversi a medicina), curavano meglio dei dottori, che arrivavano al fronte pieni di teorie e di supponenza. Saviano critica il linguaggio bellico, l’uso di eufemismi e formule burocratiche nei bollettini di guerra per edulcorare o nascondere la violenza e la morte di massa, l’assurdità della guerra, le condizioni estreme, uscire all’assalto con scafandri che appesantivano e impedivano i movimenti: i soldati cadevano uno dopo l’altro. Maschere antigas inadeguate, corpi appesi al filo spinato per giorni, di cui bisognava recuperare almeno le piastrine per il riconoscimento e non ci si poteva rifiutare. Fu così che Cendrars perse una mano e tutti gli dissero che era stato fortunato, perché lo avrebbero passato nelle retrovie.
Essere in prima linea era un massacro di giovani che si guardavano negli occhi, le trincee erano sporche, fangose, maleodoranti, insalubri. Dal filo spinato ai droni, Saviano riflette su come la tecnologia cambi la percezione del conflitto, ma lasci immutato l’orrore sul campo. Dalle trincee della Prima guerra mondiale ai conflitti contemporanei, fino alla guerra in Ucraina, il monologo “In trincea” riflette sull’assurdità del conflitto e sul modo in cui la guerra viene raccontata attraverso le parole, chi invece parla di guerra senza conoscerla e qui Saviano legge la poesia di Trilussa “L’eroe ar caffè”, scritta nel 1916, prima della disfatta di Caporetto: “E’ stato ar fronte, sì, ma cor pensiero/però te dà le spiegazzioni esatte/de le battaje che nun ha mai fatte,/come ce fosse stato pe davero./Avresti da vedè come combatte/nelle trincee d’Aragno. Che gueriero!/Tre sere fa, pe prenne er Montenero,/ha rovesciato er cuccomo der latte./Cor su sistema de combattimento/trova ch’è tutto facile: va a Pola,/entra a Trieste e bombarda Trento./Spiana li monti, sfonna, spara, ammazza,/‘per me – borbotta – c’è na strada sola’/e intigne li biscotti ne la tazza” (Aragno era il celebre locale di Via del Corso a Roma particolarmente in voga al tempo, frequentato da intellettuali, ndr).
Trilussa critica i commentatori e intellettuali che, pur senza essere al fronte, dalle comodità di un caffè pontificavano su tutto ciò che avveniva nel conflitto e su cosa i militari avrebbero dovuto fare per arrivare alla vittoria. Succede anche oggi. “Ho ucciso come uccide chi vuole vivere”, scrive Cendrars. Su 5 milioni 900 mila soldati, il 75% dei caduti erano meridionali, i 720 mila rimasti a casa, esonerati per lavorare nella produzione bellica, erano del Nord. Molti sopravvissuti sono tornati morfinomani.
Un consiglio: guardate questo racconto di un’ora e 6 minuti insieme ai vostri figli o nipoti, nati in tempo di pace, è una generazione senza nonni o genitori reduci di guerra, che legge poco, condizionata dai social. I reduci parlavano poco, ma quelle poche parole lasciavano il segno.
Francesca Sammarco

Lascia un commento