VITERBO – A volte ci accorgiamo dell’importanza di alcuni mestieri soltanto quando non troviamo più nessuno in grado di svolgerli. Un rubinetto che perde, una serratura bloccata, un mobile da restaurare: lavori quotidiani che diamo per scontati, finché non diventa difficile trovare qualcuno capace di farli. È allora che comprendiamo come il problema non è solo la mancanza di un artigiano disponibile, ma il rischio concreto che un sapere antico vada perduto. Secondo Unioncamere e InfoCamere, al 30 giugno 2026 in Italia erano attive 1.226.925 imprese artigiane. Nel secondo trimestre ne sono nate 21.542 e ne sono cessate 16.341, con un saldo positivo di 5.201 attività. Un segnale incoraggiante, che però non basta a nascondere le difficoltà strutturali del settore: competenze che scarseggiano, attività che faticano a trovare continuità, mestieri che rischiano di non avere eredi.
Il rapporto annuale 2025 di Confartigianato evidenzia la portata del problema: 303 mila imprese artigiane, pari al 30% del totale, si trovano in una situazione di criticità legata al passaggio generazionale. Molti titolari prossimi alla pensione non trovano chi possa proseguire la loro attività e numerosi mestieri rischiano così di scomparire. Non è scontato che i figli seguano le orme dei genitori, né sarebbe giusto pretenderlo. Quando però nessuno raccoglie il testimone, si perde molto più di un’attività economica: viene meno un patrimonio di esperienze e conoscenze maturate in anni di lavoro, spesso difficile da ricostruire. Le conseguenze vanno oltre il mondo del lavoro. In alcuni piccoli comuni ha chiuso persino il tradizionale forno, un luogo che per generazioni ha accompagnato la vita quotidiana e rappresentato un punto di riferimento per la comunità. Quando scompaiono le botteghe artigiane, soprattutto nei piccoli borghi, le strade si svuotano, si riducono le occasioni d’incontro e il paese perde vitalità e identità. Con queste attività se ne va anche una parte della cultura locale, fatta di manualità, competenze e tradizioni tramandate nel tempo.
L’artigianato, infatti, non è solo produzione: è un patrimonio culturale vivo, capace di unire tradizione e innovazione. Lo esprime bene l’espressione “avere un mestiere nelle mani”, che racchiude in sé un significato ben più profondo del semplice saper eseguire un lavoro. Significa conoscere i materiali, intuire come intervenire, risolvere problemi e trasformare le idee in oggetti concreti. È la cultura del saper fare, in cui esperienza, ingegno, precisione e creatività si fondono. Si costruisce attraverso lo studio e la pratica, ma anche grazie all’esempio, all’osservazione e alla condivisione quotidiana del lavoro, in un continuo dialogo tra generazioni che nessun manuale può sostituire. In un periodo in cui l’intelligenza artificiale sta trasformando il mondo del lavoro, anche l’artigianato può coglierne le opportunità. Queste tecnologie possono agevolare la progettazione, la gestione dell’attività e la promozione dei prodotti, ma non sostituire la sensibilità di chi conosce i materiali, affronta gli imprevisti e sa trovare soluzioni adatte a ogni situazione, realizzando prodotti unici.
Il lavoro manuale non è incompatibile con l’innovazione; anzi, può trarne vantaggio, purché la tecnologia rimanga uno strumento al servizio dell’esperienza e della creatività umana. Perché questi mestieri continuino a vivere servono formazione, apprendistati qualificati e opportunità reali per i giovani che desiderano impararli o avviare un’attività. Occorre riconoscere a queste professioni dignità, valore e concrete prospettive professionali, superando l’idea che il lavoro manuale sia meno importante di quello intellettuale o digitale. Non basta celebrare il Made in Italy se non si investe anche nella formazione di persone capaci di custodire e rinnovare la tradizione artigiana. La cultura di un Paese non vive solo nei musei e nei monumenti, ma anche nelle botteghe, nei laboratori e nelle officine. Quando un artigiano chiude senza trasmettere ciò che ha imparato, si interrompe una storia fatta di esperienza, capacità e creatività. E quando questo accade in un piccolo comune, a impoverirsi è l’intera comunità. Un mestiere vive se qualcuno ne apprende i gesti, li fa propri e li sviluppa in modo personale.
La sfida è creare le condizioni perché i giovani trovino in queste professioni nuove e reali opportunità di lavoro e trasformino quel patrimonio di competenze in un futuro concreto. Ci sono conoscenze che non possono essere affidate soltanto ai libri o agli archivi: hanno bisogno di mani che le esercitino, di menti che le comprendano e di persone disposte a condividerle. Un mestiere non è soltanto ciò che si impara, ma anche un patrimonio da trasmettere alle nuove generazioni, perché possano custodirlo e rinnovarlo attraverso l’arte del saper fare.
Paolo Paglialunga

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