VITERBO – No, non ci siamo. Forse stiamo guardando il problema dalla parte sbagliata. Ogni volta che la cronaca racconta di un ragazzo che aggredisce un insegnante, accoltella un coetaneo, partecipa a un raid o trasforma la violenza in uno spettacolo da condividere sui social, la nostra prima reazione è cercare un colpevole: internet, i social, la scuola, gli algoritmi, la società e, adesso, persino l’intelligenza artificiale. Tutti elementi che possono avere un peso, ma che rischiano di diventare un alibi se impediscono di porci la domanda più scomoda: dov’erano in quel momento le famiglie di questi ragazzi? La cronaca recente offre episodi diversi tra loro e che, naturalmente, non possono essere ricondotti a una sola causa, ma che dovrebbero almeno far riflettere.
A Modena un gruppo di giovani ha fatto irruzione in un supermercato, saccheggiando la merce, spaventando clienti e dipendenti e filmando il raid per poi condividerlo sui social. A Roma un tredicenne ha aggredito a coltellate una professoressa dopo essere entrato a scuola armato di coltello e telecamera; a Lamezia Terme un quattordicenne avrebbe invece pianificato attraverso Telegram l’aggressione a una docente. Sono fatti che dovranno essere valutati nelle loro specifiche responsabilità, ma che raccontano comunque un rapporto sempre più fragile con il rispetto e con le conseguenze delle proprie azioni. E allora forse è arrivato il momento di spostare lo sguardo verso la base del problema, perché altrimenti continuiamo a parlare di internet come se fosse il web a dover educare i nostri figli. La rete può offrire conoscenza, cultura e opportunità straordinarie, così come può esporre a violenza, odio, esibizionismo e modelli sbagliati. I contenuti sono accessibili a tutti; cambia però chi li utilizza e, soprattutto, come li utilizza.
Davanti allo stesso schermo, infatti, ci sono ragazzi che cercano libri, musica, scienza, sport e cultura, mentre altri inseguono soprattutto informazioni degradanti o pericolose. La tecnologia è la stessa; ciò che cambia, almeno in parte, sono i contenuti che un ragazzo sceglie di seguire. Ed è qui che la famiglia dovrebbe tornare ad avere un ruolo centrale. Perché prima della scuola, delle istituzioni e di internet, viene la famiglia. Non è un concetto antiquato. È il fondamento dell’educazione. Un bambino non nasce sapendo che cosa significhi rispettare gli altri, accettare una frustrazione, riconoscere un’autorità, assumersi la responsabilità di un errore o comprendere che la propria libertà finisce dove comincia il diritto dell’altro. Queste cose qualcuno deve insegnargliele, giorno dopo giorno, con le parole ma soprattutto con l’esempio.
Ed è proprio sull’esempio che dovremmo interrogarci più seriamente. Perché una parte della nostra generazione di genitori sembra aver sviluppato una strana paura di fare il genitore. Ci sono adulti che vogliono sentirsi eternamente giovani, che cercano di parlare come i figli, di condividere i loro linguaggi, le loro mode e perfino i loro spazi virtuali, quasi che essere genitori significasse diventare amici dei propri figli. Ma un figlio non ha bisogno di un altro amico: ha bisogno di un adulto che sappia essere adulto. Qualcuno che sappia indicare una direzione, stabilire un limite e, quando necessario, dire no senza sentirsi in colpa. Controllare, del resto, non significa necessariamente soffocare. Significa assumersi una responsabilità: conoscere le persone che frequentano i nostri figli, interessarsi a ciò che fanno, sapere almeno in parte che cosa guardano e che cosa condividono, accorgersi quando qualcosa cambia nel loro comportamento e avere il coraggio di intervenire. Non per trasformare la famiglia in una caserma, ma perché la libertà ha bisogno di essere accompagnata dalla consapevolezza. 
Il problema è che educare è faticoso, mentre delegare è molto più semplice. È più facile comprare uno smartphone che spiegare a un ragazzo come usarlo. È più facile concedere che discutere. È più facile giustificare un comportamento sbagliato che affrontare il conflitto che nasce quando si impone una regola. È più facile raccontare sui social quanto siamo una famiglia felice che fermarsi davvero ad ascoltare un figlio e intervenire quando qualcosa non va. E poi c’è l’esempio, forse la forma di educazione più potente e più dimenticata. Possiamo chiedere ai nostri figli di rispettare gli altri mentre ci vedono insultare il prossimo; pretendere che rispettino gli insegnanti mentre in casa ogni professore o ogni allenatore viene descritto come un incapace; parlare di responsabilità mentre siamo i primi a trovare una giustificazione per ogni loro errore. I ragazzi ascoltano ciò che diciamo, ma soprattutto osservano ciò che facciamo. E spesso imparano molto più dai nostri comportamenti che dalle nostre prediche. Per questo, colpevolizzare sempre i social, la scuola o l’intelligenza artificiale rischia di farci perdere il punto.
Una tecnologia può amplificare un comportamento, renderlo più visibile, persino facilitarlo; non può però sostituire l’educazione ricevuta negli anni in cui una persona impara a distinguere ciò che può fare da ciò che deve fare. Un algoritmo può suggerire un contenuto, un’intelligenza artificiale può rispondere a una domanda, ma nessuna macchina può sostituire quell’adulto che insegna, con pazienza e autorevolezza, il rispetto, il limite, la responsabilità e il valore delle conseguenze. Per questo dobbiamo avere il coraggio e l’onestà intellettuale di ammettere che forse una parte della nostra generazione di genitori ha fallito. Non significa accusare tutti, né sostenere che dietro ogni ragazzo problematico ci sia una famiglia assente: sarebbe una semplificazione tanto comoda quanto sbagliata. Significa riconoscere che qualcosa, nel nostro modo di intendere la genitorialità, si è incrinato. 
Abbiamo talvolta confuso l’amore con il permissivismo, la comprensione con la giustificazione, la libertà con l’assenza di regole e la presenza sui social con la vita reale dei nostri figli. E forse è proprio da questa ammissione che dovremmo ripartire. Non possiamo impedire ai nostri figli di incontrare la violenza, la cattiveria, la superficialità e la parte peggiore del mondo. Possiamo però fare in modo che, quando la incontreranno, abbiano dentro di sé gli strumenti per riconoscerla e la forza per non lasciarsi trascinare. La scuola potrà fare la sua parte, così come le istituzioni e la tecnologia. Ma la prima responsabilità continua a essere nelle nostre case. È lì che un ragazzo dovrebbe imparare cosa significa essere una persona. Perché alla fine, meglio di qualunque schermo, algoritmo o modello virtuale, c’è sempre qualcuno che un ragazzo osserva per capire come stare al mondo. E molto spesso, quel qualcuno siamo noi.
Paolo Paglialunga

Sempre interessante …grazie.