MILANO – Il cinema comunica attraverso un potente linguaggio che unisce immagini, suoni, dialoghi per trasmettere messaggi complessi, emozioni e storie. È una forma d’arte e comunicazione di massa che influisce sul pubblico, creando immaginari collettivi e riflettendo la società. Dai film sulla crescita personale che offrono potenti lezioni di resilienza, cambiamento e autodiscoperta alle “biopic” (biographical picture) che definiscono un genere che racconta la vita di una persona realmente esistita, celebre o storica, adattandone le vicende reali a scopi drammatici.

Il cast di “40 secondi”
Pellicole cult come “La ricerca della felicità”, “Will Hunting – Genio ribelle” e “L’attimo fuggente” sono fondamentali per motivarsi, superare i propri limiti e cambiare prospettiva sulla vita fino a pellicole come “Avetrana – Qui non è Hollywood” (miniserie sul delitto di Sara Scazzi), “Alfredino – Una storia italiana” (sul caso Vermicino).
La cronaca nera, o true crime, si basa su fatti delittuosi reali che permettono di elaborare paure profonde (morte, violenza), soddisfare la curiosità morbosa verso il “male” e affrontare le dinamiche umane riconoscibili. I media amplificano e spettacolarizzano i casi per fare audience, ma vi sono storie che aiutano ad entrare nella realtà delle cose. Il mondo giovanile, e in questo momento storico più che mai, è trasposto al cinema con un valido lungometraggio da non perdere, per contenuti e significato. Dal titolo “40 secondi”, con la regia di Vincenzo Alfieri, il film si ispira all’omonimo libro della giornalista e saggista Federica Angeli. 
É la storia di un ragazzo italiano figlio di capoverdiani, vittima di omicidio a seguito di un pestaggio compiuto dai fratelli Gabriele e Marco Bianchi, Mario Pincarelli e Francesco Belleggia, condannati rispettivamente all’ergastolo e a ventotto, ventuno e ventitré anni di reclusione. Il film, presentato in concorso alla 20ª Festa del Cinema di Roma, in cui ha vinto il premio speciale della Giuria al migliore cast attoriale, racconta della tragica morte avvenuta alle tre del mattino del 6 settembre 2020, del ventunenne Willy Monteiro Duarte, vittima di un violento pestaggio avvenuto per futili motivi.
Si intrecciano le vite dei cinque protagonisti nelle ventiquattrore precedenti l’omicidio. Willy, un giovane chef in un ristorante gourmet, vive con la madre e la sorella. Dopo aver promesso alla madre di stare con lei nei giorni successivi e portarla al mare, passa del tempo con i suoi amici, ai quali confida le sue aspirazioni future. Quella sera, Willy e i suoi amici si imbattono accidentalmente in una lite concitata scaturita fuori da una discoteca di Colleferro. Willy riconosce altri suoi amici e interviene per calmare la situazione, finché non arrivano due gemelli noti in paese, per diversi atti di delinquenza, che aggrediscono brutalmente e senza preavviso diversi presenti, accanendosi con particolare ferocia contro Willy, prima di fuggire con altri due complici. Il giovane rimane esanime a terra, mentre gli altri amici cercano inutilmente di prestargli soccorso.

A sinistra Willy, a destra Justin De Vivo che lo interpreta sullo schermo
I gemelli, dalle primissime indagini e dalle telecamere, hanno impiegato in totale 40 secondi da quando sono scesi dall’auto per compiere il pestaggio e fuggire. La morte di Willy, un giovane pulito e genuino, con il senso di unione e appartenenza al gruppo, scuote la comunità di Colleferro e induce l’allora ministro della giustizia ad emettere un decreto sicurezza per inasprire le sanzioni in caso di rissa, che prende il nome di “Daspo Willy”.
Willy voleva solo sedare gli animi: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella gli ha conferito laa medaglia d’oro al valore civile alla memoria. Il film fa riflettere e consente di osservare da vicino un mondo che non riesce a frenare questa ondata di violenza che colpisce la società.
Claudia Gaetani

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