ROMA – Il duplice femminicidio di Villa Pamphili non ripropone solo il problema – gravissimo – della violenza di genere ma anche un fenomeno antico: quello della doppia identità, delle sue cause e conseguenze. Ogni individuo per rientrare nella “normalità” sociale o per compiacere i genitori o, ancora, per essere accettato si crea una immagine, una sorta di maschera, una zona comfort, un “habitus” da sfoderare a seconda delle situazioni. Perché è difficile essere sempre autentici, non sempre ci riusciamo. Chi ci sia dietro la nostra apparenza non è dato sapere, non a caso sul tema si sono dibattuti filosofi, saggi, poeti e, soprattutto, la psicanalisi, cui si ricorre proprio per capire le nostre oscurità. Fin qui tutto normale.

Francis Kaufmann, accusato di aver ucciso la compagna e la figlioletta di 11 mesi
Rexal Ford, alias Francis Kaufmann, che quest’estate ha ucciso apparentemente senza motivo la giovane compagna e la figlia avuta con lei, ripropone però con il suo inaccettabile gesto un dramma che si consuma da sempre: la necessità di crearsi un alias per scappare da se stessi. Il doppio o pseudo o fake che dir si voglia ha bisogno di circondarsi di grandiosità, non fa niente se è fallace. Purtroppo, oggi sui social la “soluzione” è servita su un piatto d’argento: i “falsi” si possono presentare sotto mentite spoglie con macchinoni, costosi orologi al polso, ville lussuose, fisici atletici, o con un altro sesso, o età, con il camice da medico. Nel ruolo, in sostanza, che li avrebbe fatti sentire accettati. Lì dentro combinano parecchi danni: truffe economiche e anche sentimentali, adescamento di minori o persone sole, crimini vari. Basta qualche foto.
Nella vita reale è più facile essere scoperti, ci vuole un impegno maggiore ma c’è chi azzarda. Il killer di Villa Pamphili si era finto grande regista e in tale veste era anche riuscito ad ottenere un ricco finanziamento per un film, naturalmente mai realizzato come si conviene ad uno che di natura è uno “pseudo”, dal latino, mentitore. Ma le bugie prima o poi vengono a galla, soprattutto quando sono enormi e troppo numerose, difficili da tenere tutte insieme e le prime a notarle sono le persone più vicine.
Lo scrittore Emmanuel Carrère, nel suo “Avversario” (Adelphi, 2013), racconta un fatto di cronaca degli anni ‘80 facendosi spiegare dal protagonista del romanzo il motivo per cui aveva sterminato la famiglia. Jean Claude Romand – così si chiama nella realtà – confessa allo scrittore che l’essersi sentito sempre inadeguato al modello dei genitori lo aveva indotto a raffinare stratagemmi per apparire qualcun altro e, quindi, essere amato. E così era divenuto agli occhi di tutti un noto e stimato scienziato pur senza esserlo mai stato, situazione che lo aveva costretto ad escogitare continuamente e a lungo espedienti per mantenere l’impegnativa, splendida, facciata. L’idea della strage era maturata quando ormai gli era diventato impossibile mantenere il castello di carte che aveva costruito. Lo scrittore nel raccontare questa vicenda si pone un problema etico, turbato da due sensazioni contrastanti: l’orrore per il crimine commesso da Romand e la compassione per lui, per la sua urgenza di fuggire dal se stesso che nessuno aveva mai amato e che perciò era per lui intollerabile.

Lo scrittore Emmanuel Carrère
Carrère, pur non giustificando quello che era stato additato come un efferato criminale, non riesce a vedere in lui il mostro additato dai giornali ma un problema, si, una vittima, dell’intera società troppo competitiva e interessata all’ostentazione. La terribile storia raccontata dal noto romanziere, con il suo approfondimento psicologico, insegna che gridare “al mostro”, come di fatto sta avvenendo quando succedono fatti gravi come quello di Villa Pamphili, non basta. L’avversario di cui parla il titolo è la parte oscura dell’individuo che si anima quando le relazioni non sono sane, autentiche, ed esplodono sprigionando odio e gesti efferati, apparentemente senza motivo ed è proprio lì il problema: ciò che sembra.
Questo romanzo-veritá ci spiega che il “doppio” è spesso la conseguenza di una società che impone standard troppo alti dove femminicidi e altri crimini vanno letti come la vendetta – naturalmente patologica – per una troppo bassa autostima a fronte di una società che non perdona chi si contenta di cose semplici, dove il criterio di valutazione sono la ricchezza e la forza. Questo splendido e terribile romanzo ancora, anzi sempre più, attuale va letto o riletto anche per interpretare da una diversa angolazione avvenimenti gravissimi di per sé ma anche come conseguenza di altro. Dobbiamo interrogarci tutti su quanto di effimero e falso ci circonda e ci attrae, perché piangere sul sangue versato non serve più.
Gloria Zarletti

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