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Igor Man, un’intera vita per il giornalismo

di | 2018-11-18T13:39:16+01:00 18-11-2018 6:15|Cultura, Sezione 4|0 Commenti

PALERMO – Igor Man (nome d’arte con cui era noto Igor Manlio Manzella, nato a Catania nel 1922 e morto a Roma nel 2009) è stato un giornalista, testimone diretto e acuto commentatore dei principali avvenimenti mondiali degli ultimi cinquanta anni. Igor Man ha iniziato a lavorare come cronista de Il Tempo di Roma, per passare poi nel 1963 a La Stampa di Torino. Ha intervistato vari personaggi famosi: politici quali John Fitzgerald Kennedy, Nikita Khruščёv, Ernesto “Che” Guevara, Gheddafi, Khomeini, Yasser Arafat,  Shimon Peres, Golda Meir, Saddam Hussein; religiosi, ormai santi, come Padre Pio e Madre Teresa di Calcutta; e un celebre bandito siciliano, Salvatore Giuliano.

 

Man è stato uno dei più grandi specialisti del mondo arabo e islamico; ecco come lo ricorda Marcello Sorgi, già direttore del TG1 della RAI e oggi editorialista de La Stampa: “Igor Man era un tipo unico, a cominciare dal nome d’arte che s’era dato ed era riuscito non si sa come a far stampare sui suoi documenti. Aveva un metabolismo mediterraneo, gli era rimasto attaccato il fuso orario dei vecchi giornalisti che andavano a dormire tardissimo, con la prima copia fresca di stampa ritirata alla rotativa. (…) Si trovava in Vietnam, mentre la moglie adorata, Mariarosa, metteva al mondo suo figlio Federico: il telegramma per avvertirlo della nascita lo raggiunse quando il bambino era già tornato a casa. E poi in Cile, a Cuba, a Panama e in Costarica: per molti anni non c’era guerra o guerriglia, crisi grande o piccola nel mondo che non lo vedesse schierato in prima linea. Allora le missioni duravano mesi, l’informazione televisiva quasi non esisteva, gli articoli si mandavano col telegrafo o dettandoli a un dimafonista, e cominciavano con il fatidico distico ‘dal nostro inviato speciale’. A un certo punto della sua lunga carriera, Man aveva preso una sorta di seconda cittadinanza in Medio Oriente e nel mondo arabo nostro dirimpettaio e non ancora soffocato dal fondamentalismo. Andava e veniva, tornava e ripartiva, allungava orgoglioso il lungo medagliere di foto con i suoi intervistati. Con molti anni di anticipo sul 2001 dell’attentato alle Torri Gemelle di New York, che doveva cambiare per sempre la convivenza mondiale, Man aveva capito quel che dalla sponda orientale a noi più vicina la polveriera islamica stava incubando, dentro e attorno a un Occidente del tutto impreparato a contenerla. Ed era disperato di fronte alla prima guerra del Golfo”.

 

Alla domanda su qual è l’insegnamento più importante che suo padre lascia alle nuove generazioni, il figlio Federico Manzella risponde: “La lezione è semplice: dire sempre la verità, cercare di capire cosa accade ed instaurare un rapporto di lealtà nei confronti del lettore, oltre che verso l’editore ed il proprio Paese. Il giornalismo dell’epoca era un mestiere duro. Ricordo che una volta mio padre doveva raggiungere Teheran; non c’erano voli e dovette passare insieme a Bernardo Valli diversi giorni in automobile. Pur di arrivare sul luogo, vedere e raccontare con i propri occhi ciò che succedeva sul posto, mio padre dormì in una moschea, in automobile, al freddo senza comfort. Un altro insegnamento è parlare dei fatti trattando allo stesso modo i capi di Stato e gli umili”.

 

Di Igor Man rimangono anche dei libri: resoconti di viaggio, reportage politici e racconti. Nella raccolta di storie dal titolo  “Il professore e le melanzane”,  c’è anche il racconto in cui il giornalista narra le ultime ore di vita della madre, Elfride Neuscheler, una nobildonna russa, rifugiatasi in Italia dopo la rivoluzione russa del 1917, poi morta prematuramente di cancro. In queste pagine, commoventi ed intense, Goriunka  – questo il vezzeggiativo affettuoso con cui lo chiamava la madre – riesce davvero a toccare il cuore del lettore,  evidenziando ancora una volta il suo elevato spessore di cronista e di uomo.

 

Maria D’Asaro 

 

Nella foto di copertina, il giornalista Igor Man

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