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Luigi De Rosa racconta “Il carro funebre color lilla”

di | 2026-04-28T14:40:01+02:00 26-4-2026 0:20|Cultura, Sezione 5|0 Commenti

RIETI – “Il carro funebre color lilla” di Luigi De Rosa (ed. Solfanelli). Quando vuoi morire e vieni disturbato rimandando il suicidio, poi a Napoli conosci l’amore durante una gita ad Ischia e torni alla vita, smetti le sedute dallo psicanalista, ma l’imprevisto è sempre dietro l’angolo. Tra filosofia, religione, superstizione, rispetto per la morte e ironia, ecco le vicende di Gianfelice, da 30 anni impresario in una ditta di pompe funebri, la “Rive Eterne”, un franchising di Milano con succursale a Napoli. Una ditta moderna, con uno psicologo per i familiari, una tanatoesteta, marketing, uso di AI con visori in 3D per immaginare il proprio funerale, il carro funebre lilla, per chi desidera salutare in allegria, fornitura di caffè e zucchero per sostenere i familiari nella veglia funebre. Gianfelice assorbe le sofferenze altrui, è depresso, ha visioni di riti funebri aztechi, sta divorziando dalla moglie e va dallo psicanalista. Dopo una sparatoria di avvertimento della camorra alla succursale napoletana, il socio lo invia a Napoli. Qui l’atmosfera cambia, c’è il sole, la salsedine, il profumo dei gelsomini, un intermediario della camorra che racconta con la massima normalità come funziona il ‘sistema’, la tanatoesteta Carmela, egiziana, di cui Gianfelice si innamora, il cugino spretato con moglie e figli che lavora nella succursale. A cinquant’anni Gianfelice decide di lasciare il lavoro, vendere le quote dell’agenzia, la casa dei genitori a Milano, di stabilirsi a Napoli e cercare un nuovo lavoro. Ma nel finale…

Luigi De Rosa

Luigi De Rosa, sociologo, è nato a Napoli nel 1947, dove ha vissuto fino all’età di 17 anni, giusto il tempo per assorbire il rapporto speciale, quasi liberatorio, che hanno i napoletani con i morti. E’ la Napoli degli anni 50, la morte non era un tabù da esorcizzare con il silenzio, ma una presenza familiare, con le anime pezzentelle che bisbigliano i numeri del lotto nei sogni, le candele accese per gli “sconosciuti” delle Fontanelle, le edicole della Anime del Purgatorio, i discorsi fatti ai familiari appena morti, come se fossero ancora seduti tra noi, le superstizioni che si mescolano alla fede senza mai scontrarsi davvero con il nulla eterno. De Rosa vive tra Roma e Bogotà, ha insegnato all’Universidad del Meta, ha vinto il premio Lions Milano, Poesia e Prosa nel 1981. Ha pubblicato “Mare Amaro”, “Algas de Luna”, “L’intreccio”, “Condizione dell’infanzia in Colombia”, “Io, Plinio Console di Roma”, “Il Pittore di Narni”, “Un alchimista a Villecollefegato” nel 2022.

“In questo mondo di casse di legno lucido e corone di fiori un po’ appassiti, io non consegno al lettore un requiem cupo. Tutt’altro – scrive l’autore -. Con quell’ironia mortuaria tagliente e dolente che solo chi è cresciuto a pochi passi dalla Sala di Riconoscimento, e la sa perciò maneggiare senza ferire, trasformo il lavoro con la morte in una commedia umana surreale e gratificante, a tratti grottesca, a tratti tenerissima”. Solo a Napoli, nel rione Sanità, il più ricco di storia e tradizioni, può esistere Il Cimitero delle Fontanelle, un antico ossario che si sviluppa in una cavità di 30 mila metricubi. Solo un napoletano come Eduardo De Filippo poteva scrivere “Questi fantasmi”, Maurizio De Giovanni poteva creare il personaggio del “Commissario Ricciardi”, solo un napoletano come De Rosa, immaginare un carro funebre lilla.

Quando nel 1654 la pestilenza decimò la popolazione, l’antica cava delle Fontanelle diventò cimitero. Prima del XVI secolo i corpi si interravano nelle chiese. Quando non c’era più spazio i “salmatari” disseppellivano di notte i defunti più vecchi e li stipavano alle Fontanelle. Ci furono carestie, rivolte popolari, nel 1837 il colera, terremoti, cinque eruzioni del Vesuvio e le salme venivano portate tutte alle Fontanelle. Nel 1872 Don Gaetano Barbati, con l’aiuto di popolane mise in ordine le ossa, tutte anonime e di gente povera, ad eccezione di Filippo Carafa Conte di Cerreto dei Duchi di Maddaloni e Donna Margherita Petrucci nata Azzoni che riposano in bare protette da vetri.

In questo luogo si svolgeva il rito delle “anime pezzentelle”: l’adozione e la cura da parte di un napoletano di un determinato cranio di un’anima abbandonata (capuzzella) in cambio di protezione. Il cranio veniva pulito e lucidato, poggiato su fazzoletti ricamati, lo si adornava con lumini e fiori. Il fazzoletto era il primo passo nell’adozione di una particolare anima da parte di un devoto e rappresentava il principio affinché la collettività adottasse il teschio. Al fazzoletto si aggiungeva il rosario, messo al collo del teschio per formare un cerchio; in seguito il fazzoletto veniva sostituito da un cuscino, ornato di ricami e merletti. Seguiva l’apparizione in sogno dell’anima prescelta, che richiedeva preghiere e suffragi. Non potendo aspettarsi aiuto dai vivi, il popolo lo chiedeva ai morti e l’evocazione delle anime purganti diventa insieme la concreta rappresentazione della memoria e la speranza di sottrarsi all’infelicità e alla miseria.

Ogni corridoio del Cimitero delle Fontanelle racconta aneddoti e leggende. Roberto De Simone ha messo in scena una leggenda nera popolare di un giovane camorrista, donnaiolo e spergiuro, che aveva osato profanare il cimitero delle Fontanelle, facendo l’amore con una ragazza e risvegliando così l’ira del Capitano. Frisc’ all’anema d’o Priatorio (o refrisco all’anema) è una celebre espressione napoletana che significa refrigerio all’anima del Purgatorio, esclamazione di ringraziamento e sollievo, quando si riceve un aiuto inaspettato, un favore o una grazia, riconoscendo l’intervento benevolo delle anime purganti. Il cimitero ha riaperto le visite guidate il 19 aprile.

Il libro di De Rosa si confronta con il comune immaginario della morte in modo leggero e rispettoso, una scrittura sensibile, descrizioni dettagliate di luoghi e personaggi, comunicando con efficacia la complessità delle emozioni e tutte le anime “pezzentelle”.

Francesca Sammarco

Nell’immagine di copertina, Luigi De Rosa (al centro), autore del romanzo “Il carro funebre color lilla”

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