//L’inesorabile declino dei mestieri antichi

L’inesorabile declino dei mestieri antichi

di | 2018-07-15T01:24:18+02:00 15-7-2018 7:00|Punto e Virgola|0 Commenti

I dati pubblicati dall’Osservatorio sui lavoratori autonomi, relativi al 2017 e riferiti ad artigiani e commercianti, sono davvero preoccupanti. L’anno scorso risultavano iscritti alla gestione speciale dell’Inps 1.700.170 artigiani, l’1,4% in meno rispetto al 2016 (1.724.070), quando la flessione era stata pari al 2,5% rispetto al 2015 (1.767.920). Un po’ meno marcato il calo dei commercianti: ne risultano iscritti alla gestione speciale Inps  2.242.259, con una lieve flessione rispetto al 2016 (-0,6%), del tutto analoga a quella registrata nel 2016 rispetto al 2015 (-0,7%).

Sono cifre che devono far riflettere in quanto rappresentano in modo plastico le difficoltà che attraversano due settori portanti del sistema economico italico: commercio e artigianato, appunto. Basta guardarsi intorno nei centri storici di diverse città per rendersi conto del continuo e purtroppo inarrestabile fenomeno della chiusura degli esercizi commerciali, anche in riferimento a marchi prestigiosi o a strutture antiche che avevano rappresentato il fiore all’occhiello per intere generazioni di operatori. E magari al loro posto sorgono come funghi sale giochi, money transfer o esercizi per l’acquisto di gioielli e affini. Nulla contro queste attività, per carità: sono semplicemente il segno tangibile dei tempi che cambiano. E che bisogna rassegnarsi all’inevitabile declino di una visione dei nostri municipi totalmente differente anche solo rispetto a 10 anni fa.

Come pure diventa sempre più complicato trovare artigiani disponibili ad eseguire lavori di qualità, magari poco remunerativi sul piano economico, ma altamente qualificanti sul piano della qualità. Il riferimento non è tanto agli idraulici o agli elettricisti, quanto agli orafi, ai restauratori, agli ebanisti. I giovani commettono un grave errore a non avvicinarsi a questi mestieri, magari accogliendo gli insegnamenti degli ultimi maestri che pure, anche a fatica, portano coraggiosamente e orgogliosamente avanti tradizioni antiche e prestigiose.

Qualche altro dato dà il segno di quanto la situazione sia preoccupante. Tra gli artigiani, prevalgono nettamente i maschi (81,2% del totale), mentre la fascia d’età maggiormente rappresentata è quella che va dai 40 ai 49 anni (30,8%), il 16,8% ha un’età pari o superiore ai 60 anni e solo il 5,8% ha meno di 30 anni. A livello territoriale più della metà delle aziende artigiane (56,4%) si trova nelle regioni del Nord. In particolare il Nord-Ovest è l’area geografica che, con il 31,4%, presenta il maggior numero di artigiani, seguito dal Nord-Est con il 24,9%, dal Centro con il 20,8%, dal Sud con il 15,3% e dalle isole con il 7,6%. La maggior parte degli artigiani si concentra in Lombardia, con 315.433 iscritti (18,6%); seguono Emilia Romagna (176.537 pari al 10,4%), Veneto (176.522, 10,4%) e Piemonte (159.198, 9,4%).

Anche tra i commercianti prevalgono i lavoratori di sesso maschile, che nel 2017 costituiscono il 64,9% del totale, percentuale in lieve aumento nel corso del tempo. Tra i 40 e i 49 anni di età si concentra la maggior parte dei commercianti (28,8%), il 27,2% ha un’età compresa tra i 50 e i 59 anni e il 17,8% ha dai 60 anni in poi. Solo il 7,7% dei lavoratori ha un’età inferiore ai 29 anni. Dal punto di vista territoriale si osserva che il 26,7% delle aziende si trova nel Nord-Ovest, il 19,9% nel Nord-Est, il 21,1% al Centro, il 22,7% al Sud e il 9,6% nelle isole. Pure in questo caso, la regione che registra il maggior numero di commercianti è la Lombardia (343.425 iscritti pari al 15,3% del totale), seguita da Campania (9,9%), Lazio (9,4%), Veneto (8,3%), Piemonte (7,9%) ed Emilia Romagna (7,8%).

Come se ne esce? O almeno come si può combattere questo inesorabile declino? Un ruolo decisivo dovrebbe arrivare dalle istituzioni scolastiche che però, molto spesso, abdicano a questo ruolo di formazione e di indirizzo. La cosiddetta alternanza scuola – lavoro, uno dei cardini della legge denominata “Buona scuola”, si sta rivelando un fallimento perché non riesce a favorire in troppi casi l’incontro tra il mondo dell’insegnamento e quello del lavoro soprattutto per quello che riguarda i licei. Le cose vanno un po’ meglio (ma nemmeno tanto) per quanto riguarda gli istituti tecnici e professionali, anche se non sono rari i casi in cui i ragazzi invece di imparare qualcosa di pratico e di costruttivo, vengono adibiti a mansioni che vanno di poco oltre la manovalanza di basso profilo.

Sembra proprio il momento di intervenire e di porre rimedio ad una situazione che sta scivolando verso il basso. Soprattutto questo compito spetta alle classi dirigenti e politiche del nostro Paese: solo con i proclami, i tweet e i video su Facebook di strada se ne fa davvero poca.

Buona domenica.

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