/, Spettacolo/La Scala, la magia eterna del tempio della lirica

La Scala, la magia eterna del tempio della lirica

di | 2021-12-03T18:05:59+01:00 5-12-2021 6:25|Sezione 6, Spettacolo|0 Commenti

MILANO – Le luci dell’imponente lampadario del teatro si accendono e si spengono lentamente, alternandosi, per avvertire gli spettatori che il rito sta per iniziare, mentre gli strumenti scaldano le loro “voci”. Nel teatro Alla Scala echeggia la sacralità di un tempio, il nome evoca l’eleganza della “Milano da bere” o ancor di più della storica Milano aristocratica, crocevia di cultura e simbolo dell’Italia nel Mondo. I corridoi, i saloni, i palchi, ogni angolo sembra custodire l’impronta dei suoi tanti illustri visitatori. La Scala, nonostante il trascorrere delle epoche e delle mode, rimane un salotto di eleganza, senza un’ultima stagione. Resiste, nonostante il “profano” in abito informale, a volere mantenere gelosamente quell’aurea di raffinatezza che merita.

I suoi fregi, le decorazioni, lo stile solenne, austero all’esterno e avvolgente all’interno, invitano il visitatore alla catarsi, lo accompagnano per mano in una realtà diversa, classica e mentre si attraversa il foyer Toscanini, tra gli ori e le statue dei grandi compositori, la sensazione è di rivivere la gloria del teatro che grandi uomini e donne della Storia hanno vissuto. Anni di perle, guanti lunghi ornati di anelli e bracciali, tiare, chignon e coppe di champagne. Anni di gran balli e di complotti nei palchi in penombra. Anni di gioco anche d’azzardo e di intrighi nascosti.

Numerosi sono i teatri d’opera nazionali e internazionali, ma il Nuovo Regio Ducal Teatro alla Scala, nonostante incendi e bombardamenti, pur non essendo il più maestoso o sontuoso, nasconde l’anima intimamente seducente e sacra nel contempo, del Simbolo: il Tempio della Lirica. Tra le colonne e gli archi, negli angoli del loggione che stronca o santifica, la Poesia del Teatro rievoca grandezza. E non è necessario essere dei melomani o degli esperti, per percepire il segreto della Scala, il ricordo vivido e vivente di quel tempo che vide re e regine, aristocratici, diplomatici, nobili e meno nobili alternarsi sulle sedute dei rossi palchi. Sembra di potere scorgere attraverso onirici paralleli temporali incrociati: Toscanini che dirige, Abbado che bacchetta, Muti che ricorda mentre da lontano si ode il “Viva Verdi” che fa la Storia e si osserva Mozart immaginare magici suoni. Puccini che fa commuovere gli animi sensibili, mentre Rossini e Bellini testano l’acustica perfetta.

E ancor prima che il sipario sveli lo scrigno che fu anche di Chagall, sembra di sentire la magnifica Callas e la gloriosa Tebaldi, mentre Pavarotti guarda Bolle muovere i suoi primi passi, accompagnato dalla eterea Fracci e infine eccolo Caruso scomparso cent’anni fa. Quel palco a volte patibolo, amato e odiato, tra i più insidiosi per i giudizi dei loggionisti dal sapore di verdetto. Uno spettatore, nel palco 17, vicino al parco reale, con una vista perfetta, al calar della luce dell’imponente lampadario, ammira i velluti rossi che richiamano il tema dell’opera del giorno: L’Elisir d’Amore. E quando i drappi del sipario si aprono, inizia la più vera delle finzioni: il teatro.

Quella di Donizetti è un’opera frizzante, un melodramma giocoso in due atti, il cui tema è l’amore non ricambiato: “In amor vince chi fugge”. “La storia di Nemorino – spiega lo spettatore, nonché tenore de La Verdi di Milano – è quella di un povero contadino che si invaghisce di Adina. Giovane bella, colta, ricca e capricciosa, che si perde nei racconti di Tristano e Isotta”. Ma chi sono i volti della bucolica opera? “Adina – continua – è interpretata dalla giovane Benedetta Torre che ben si cala nel ruolo con una vocalità sicura e pronta”. E Nemorino? “E’ interpretato – commenta – dall’ottimo Francesco Meli”. E Meli non ha tradito le aspettative e ha riempito lo spazio del teatro con voce piena ed elegante, sapendo raccontare il sentimento di tristezza dell’innamorato non ricambiato. In contrasto la voce calda e profonda del baritono, Belcore, l’antagonista interpretato da Davide Luciano, affascinate nella sua divisa quanto effimero nel suo sentimento.

L’amore rende “creduloni”, lo sa bene il dottor Dulcamara, un potente e irriverente Giulio Mastrototaro, il “buffo” medico ambulante, che vende Bordeaux “per elisir di sì perfetta, di sì rara qualità” che se bevuto fa innamorare. Tra le scaramucce dei giovani, le scenografie si alternano: essenziali, luminose e gustose. Rallegrate dagli abiti leggeri del coro popolo che rende l’atmosfera giocosa. Intanto Giannetta (la gradevole Francesca Pia Vitale), racconta dell’eredità lasciata da uno zio a Nemorino, il quale convinto di essersi trasformato per prodigio dell’elisir, riceve attenzioni da tutte le fanciulle.

Tra il primo e il secondo atto, gli spettatori si riversano nel foyer per godere una pausa e per commentare le voci e i costumi, per sottolineare come l’orchestra del teatro, diretta dall’intenso Michele Gamba, non si smentisca per precisione e sonorità armoniose, mentre ci si accomoda nelle preziose sedute sorseggiando bollicine e le maschere, con fare impercettibile, si assicurano nelle loro vesti scure impeccabili che la liturgia venga rispettata. E intanto il teatro attende impaziente il momento topico: “La furtiva lagrima”. Rispettoso e religioso e il silenzio all’introduzione. Spiega lo spettatore del palco 17, dopo la famosa aria: “E’ come se, prima de ‘la furtiva lagrima’, il fiato degli spettatori si fosse preso una pausa di una battuta lunga tanto quanto l’aria stessa. Il teatro è rimasto sospeso. E Meli ci ha offerto un affresco di bel canto e sì, diciamolo, ci ha fatto emozionare”.

L’applauso da ogni angolo della Scala all’ottava scena del secondo atto, dopo quell’aria famosa, è potente, lunghissimo. In quell’attimo la Maraviglia, la Commedia rievoca i grandi drammi dell’opera. Nemorino non è più il sempliciotto ma è l’attore di un Dramma. E Meli è superlativo. Dopo “la furtiva lagrima”, Meli quasi non riesce più a proseguire, perché il pubblico non smette di battere le mani. Qualcuno grida “bravo”, altri chiedono il “bis”, Meli accenna un bacio agli spettatori, il gesto commuove e le mani continuano a battere. E cosa succede dopo? Meli ritorna il leggero Nemorino, i malintesi del melodramma vengono sciolti e alla fine trionfa il sentimento e l’elisir si rivela davvero magico, correggendo ogni difetto.

Il pubblico applaude e dopo un ultimo sguardo, lascia il teatro, mentre nella memoria uditiva risuona: “M’ama! Sì m’ama, lo vedo. Lo vedo”.

Alessia Orlando

Lascia un commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi