/, Spettacolo/In “Un mondo a parte” le aree interne in crisi

In “Un mondo a parte” le aree interne in crisi

di | 2024-04-13T10:57:06+02:00 14-4-2024 5:30|Sezione 7, Spettacolo|0 Commenti

RIETI – “La montagna lo fa”. La frase ricorre spesso nel film di Riccardo Milani “Un mondo a parte” e la coppia Antonio Albanese e Virginia Raffaele è credibile, come i ragazzi e le persone del posto (attori per l’occasione), cioè Pescasseroli, Barrea e il Parco nazionale d’Abruzzo. Il film riesce a mettere il dito su una piaga sanguinante, le aree interne, il rapporto dell’uomo con la natura e lo fa con semplicità, senza frasi a effetto, ma con realismo e dietro alle piccole frasi, sguardi, battute, situazioni, c’è una denuncia precisa. Un mondo a parte, sì, per chi è nato e cresciuto nelle grandi città, ma che dovrebbe conoscere, soprattutto se si trova nelle stanze dove si decide il destino della gente, senza avere consapevolezza dei luoghi, situazioni, le esigenze e le difficoltà, condizioni atmosferiche avverse, senza pensare che le aree interne riguardano anche le grandi città, l’intero Paese.

“Contano i numeri”, ripete chi sta in alto. E le persone? I sogni dei ragazzi? L’ambiente? “Se chiude una scuola, chiude tutto il paese” e le speranze sono fioche, legate a sognatori, pochi, che non sono creduti e vengono osteggiati anche dai genitori, ormai rassegnati. E la salvezza, visto che non facciamo figli, sono gli immigrati, piaccia o no. Il tema della rassegnazione viene affrontato più volte, i giovani che vanno controcorrente sono soffocati e dileggiati in ogni modo. Ma chi va avanti a testa bassa, facendo leva sulle proprie idee, aspirazioni e modo di amare, può ancora ribaltare le situazioni e i destini dei luoghi, perché “Non voglio fare la fine di Sperone”, dice Duilio, mentre ostinatamente cerca di recuperare un vecchio trattore. Sono loro, i sognatori, quelli che non si arrendono, la speranza di tutto il genere umano e Sperone esiste veramente, è un paese abbandonato e silenzioso, vicino ad Opi, dove è stato girato il film, ormai solo vecchie pietre e vaghe tracce di un cinema, una scuola, una trattoria, vita passata.

Ce ne sono tanti nelle aree interne, come fantasmi. Il film lancia un grido di dolore, lo fa sommessamente, senza essere pesante, senza clamore, pur denunciando una situazione reale e preoccupante, perché racconta la realtà di piccoli borghi montani che hanno gli stessi problemi, sia al Nord che al Centro- Sud, per la chiusura dei plessi scolastici, che vengono accorpati con altre scuole distanti tra loro, in un territorio montano, se gli iscritti non rispondono ai numeri stabiliti. In un certo senso ricorda il film con Paolo Villaggio “Io speriamo che me la cavo”, dove sia Villaggio che Albanese, una volta lasciata la città e calatisi nella nuova realtà, cambiano profondamente i punti di vista e soprattutto gli atteggiamenti e i comportamenti.

“Sa accendere una stufa a legna?”. Il maestro (Antonio Albanese) risponde orgogliosamente di sì, ma non è vero e per giorni resta al freddo, mentre fuori nevica, finché un suo alunno della scuola elementare, viene a casa e gli insegna come si fa. E sono gli stessi alunni, esperti hacker, che riescono a salvare la situazione. Il film va visto lasciandosi andare, perché qui sono le piccole cose che parlano, c’è un detto e un non detto, sta alla sensibilità di ognuno di noi saper decifrare, leggere tra le righe le battute, gli sguardi, le situazioni, anche affettive. Gli immigrati, i profughi di guerra, non sono un problema, spesso sono la soluzione. E qui si apre il tema dell’inclusione sociale e culturale, che ha fatto nei secoli crescere la civiltà dell’uomo, perché la diversità arricchisce da sempre.

La città ha perso il contatto con la natura, il sapersi arrangiare, la solidarietà di una piccola comunità, la civiltà contadina, grande ammortizzatore sociale, le ambizioni politiche che guardano solo ai numeri e alle convenienze. Un film da vedere, per riscoprire la natura, i paesaggi, i versi degli uccelli, il volo delle aquile e il branco di lupi, che non lascia indietro nessuno, a differenza dell’essere umano, l’incontro con un cervo. La natura, al mare o in montagna, è più forte, può renderci la vita difficile, possiamo soccombere se non ci organizziamo, se non conosciamo più i segreti ancestrali di sopravvivenza, come appunto saper accendere una stufa a legna, conoscere le erbe spontanee, per fare la zuppa di “orapi e fagioli”. Cosa sono gli orapi? Spinaci selvatici, che crescono in montagna nei pressi degli stazzi dei pastori. E dulcis in fundo la voce di Ivan Graziani “Agnese dolce Agnese” (il nome della vice preside Virginia Raffaele), abruzzese.

Francesca Sammarco

Lascia un commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi