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La “pesca di anime” viaggia su Messenger

di | 2026-10-22T00:47:24+02:00 25-10-2026 0:15|Attualità, Sezione 4|0 Commenti

VITERBO – Fai clic su “Accetta”. Nemmeno il tempo di chiudere la notifica che il telefono vibra. È un messaggio su Messenger. Non è un “Ciao, come va?”, ma una domanda diretta, quasi intima: “Tu credi in Gesù?”. Nessuna chiacchierata per rompere il ghiaccio, nessuna conoscenza pregressa. Sei passato dall’aggiungere un potenziale conoscente all’aprire (volontariamente?) uno sportello per la salvezza della tua anima. Il proselitismo religioso nell’era digitale ha trovato la sua corsia preferenziale: i messaggi privati dei social network.

L’illusione di un contatto, la realtà di un obiettivo Spesso accettiamo amicizie su Facebook per distrazione, per un paio di amici in comune o semplice curiosità. Per chi sta dall’altra parte dello schermo, invece, quel “clic” è l’inizio di una strategia. Mentre tu cerchi di capire chi sia quella persona, ti trovi già a dover gestire una domanda profondamente personale da parte di uno sconosciuto. Sebbene a volte l’approccio sia più sfumato e graduale, l’obiettivo finale non cambia: fare breccia nella tua spiritualità.

Non è un caso: esistono vere e proprie linee guida Se pensi che si tratti di iniziative isolate, ti sbagli. L’uso dei social per raccogliere nuovi fedeli è una pratica strutturata e documentata dalle stesse organizzazioni religiose: i Testimoni di Geova e i Mormoni: la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni menziona apertamente storie di missionari che convertono utenti partendo da una richiesta d’amicizia; i manuali di evangelizzazione: organizzazioni come il Great Commission Movement of Nigeria creano vere e proprie guide digitali. Insegnano come agganciare l’utente su Facebook per poi spostare la conversazione in privato. C’è però una distinzione fondamentale da fare: condividere preghiere o pensieri spirituali sul proprio profilo è libertà di espressione, usare la chat privata per fare “pesca di anime” è proselitismo mirato. Ricevere una domanda sulla fede da uno sconosciuto può far sorridere, infastidire o lasciare un senso di violazione della propria privacy. La fede (o la sua assenza) racchiude storie complesse, dubbi e percorsi personali che non sempre si ha voglia di regalare al primo che passa. Per chi scrive, quel messaggio è un atto di fede e di “salvataggio”. Per chi riceve, può essere una seccatura.

La regola d’oro: le persone non sono “target” Persino il Center for Online Evangelism (un ente che promuove la fede sul web) ricorda un principio cruciale ai suoi attivisti: le persone vanno trattate come tali, non come progetti di conversione da portare a termine. La vera misura di questi incontri digitali sta nel rispetto dell’altro. Chiedere il permesso prima di parlare di religione dovrebbe essere la norma. Ma soprattutto, di fronte a un “no, grazie”, l’unica risposta corretta è un passo indietro e un augurio di buona giornata.

Alessia Latini

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