MILANO – Ci sono libri che non si leggono tanto quanto si abitano. This Is How You Lose the Time War di Amal El-Mohtar e Max Gladstone — pubblicato nel 2019, in Italia con il titolo È così che perdi la guerra del tempo — è uno di questi. Non è un romanzo facile da descrivere, e forse è proprio per questo che continua a circolare con la testardaggine silenziosa delle cose che qualcuno ha amato davvero: passato di mano in mano, fotografato su TikTok, citato nei thread sui “libri che ti cambiano il modo di leggere”. È un libro breve — meno di duecento pagine — scritto da due autori diversi che si sono divisi i punti di vista dei due protagonisti. Eppure produce un effetto di unità e di intensità che diversi romanzi molto più lunghi non riescono a raggiungere. 
La storia, raccontata così, suona come fantascienza: Red e Blue sono due agenti che combattono su fronti opposti di una guerra che attraversa il tempo. Red appartiene a una civiltà post-umana, tecnologica, algida. Blue a un’altra, organica, radicata nella natura e nell’evoluzione. Si scontrano lungo i secoli, si osteggiano, si riconoscono. E poi, in un momento che il libro non spiega e non ha bisogno di spiegare, cominciano a scriversi lettere. Lettere nascoste dentro oggetti, dentro strati della storia, dentro il corpo stesso del tempo. La guerra continua, ma diventa lo sfondo di qualcosa di altro — una corrispondenza che è prima schermaglia intellettuale, poi complicità, poi qualcosa per cui non esiste ancora una parola ma che il libro trova lo stesso. La forma epistolare non è una scelta decorativa: è il cuore del romanzo.

Amal El-Mohtar
El-Mohtar e Gladstone hanno costruito un testo in cui le lettere non sono semplicemente il mezzo della storia: sono la storia. Ogni lettera è un oggetto letterario autonomo, scritto con una cura e una densità di immagini che richiede di essere letto lentamente, a volte riletto. Lo stile è lirico senza essere manierato, visionario senza essere oscuro. Le due voci — Red, fredda e precisa; Blue, caotica e rigogliosa — sono riconoscibili dalla prima pagina, e il fatto che due autori diversi le abbiano scritte separatamente produce una qualità di autenticità che sarebbe impossibile simulare: ogni personaggio pensa davvero in modo diverso dall’altro, e quella differenza è visibile nella struttura stessa delle frasi. Il romanzo ha vinto nel 2020 sia il Premio Hugo sia il Premio Nebula per la categoria novella — i due riconoscimenti più importanti della letteratura di genere anglosassone — ed è diventato negli anni successivi uno dei titoli più raccomandati sui social letterari, in particolare tra i lettori più giovani.

Max Gladstone
Non è difficile capire perché. This Is How You Lose the Time War parla di amore in modo indiretto e per questo più preciso: non descrive sentimenti, li costruisce. Il lettore assiste alla nascita di qualcosa tra due esseri che non dovrebbero amarsi, in circostanze che non lo permettono, attraverso un mezzo — la scrittura — che è al tempo stesso il loro unico contatto e la loro unica protezione. È una storia sull’impossibilità e sul modo in cui l’impossibilità, a volte, non basta. C’è anche, nel romanzo, una riflessione implicita sul linguaggio come atto d’amore. Le lettere di Red e Blue non si limitano a trasmettere informazioni — sono costruzioni elaborate, piene di riferimenti, di giochi, di sfide intellettuali. Scriversi è, per loro, un modo di dirsi: ti conosco abbastanza da sapere cosa ti colpirà, cosa ti farà ridere, cosa ti lascerà senza parole. La corrispondenza diventa una forma di intimità che non richiede la presenza fisica — e in questo, paradossalmente, anticipa qualcosa di molto contemporaneo: il modo in cui le relazioni si costruiscono attraverso le parole, anche a distanza, anche attraverso formati inaspettati.
This Is How You Lose the Time War non è un libro per tutti, e sarebbe disonesto non dirlo. Chi cerca una trama lineare, una worldbuilding dettagliato, una fantascienza di spiegazioni e meccanismi troverà il romanzo frustrante: la guerra che fa da sfondo non viene mai del tutto chiarita, i dettagli delle civiltà in conflitto rimangono volutamente nebulosi, la logica del viaggio nel tempo è più poetica che scientifica. Ma chi è disposto a lasciare andare quella richiesta di chiarezza — chi accetta di non capire tutto e di farsi portare dalla qualità della scrittura — troverà qualcosa di raro: un libro che tratta il lettore come qualcuno in grado di reggere la bellezza senza che venga spiegata. Un libro che crede nella lingua come strumento sufficiente, da solo, a costruire mondi e a far innamorare.
Ivana Tuzi

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