MILANO – É Otranto, il punto più a est d’Italia, dove si mescolano tradizione e riti per il 14 agosto. Nella terra idruntina, sono gli 813 abitanti (martiri di Otranto, territorio del Regno di Napoli) uccisi nel 1480 dai turchi guidati da Gedik Ahmet Pascià, per aver rifiutato la conversione all’Islam dopo la caduta della loro città. Il 28 luglio 1480 una flotta turca del sultano dell’Impero ottomano Maometto II proveniente da Valona, con 150 imbarcazioni e 18.000 soldati, si presentò sotto le mura della città, a causa del forte vento. La città resistette strenuamente agli attacchi, ma la sua popolazione non poté opporsi a lungo. Infatti, il 29 luglio la guarnigione e tutti gli abitanti abbandonarono il borgo nelle mani dei turchi, ritirandosi nella cittadella, mentre questi ultimi cominciavano le loro razzie anche nei casali vicini. 
Quando Gedik Ahmet Pascià chiese la resa ai difensori, questi si rifiutarono e in risposta le artiglierie turche ripresero il bombardamento. L’11 agosto, dopo 15 giorni d’assedio, il sultano ordinò l’attacco finale durante il quale riuscì a sfondare le difese e ad espugnare anche il castello degli Aragonesi. Nel massacro che ne seguì, tutti i maschi di oltre quindici anni furono uccisi, mentre le donne e i bambini furono ridotti in schiavitù. In tutti i tentativi di battaglia organizzati tra agosto e ottobre del 1480 il re Ferdinando di Napoli non poté riprendere Otranto e strapparla ai turchi e richiamò in guerra anche il figlio Alfonso d’Aragona, con cui, chiamati gli alleati cristiani dal papa per una vera e propria crociata contro i turchi, allestì una flotta con l’aiuto del cugino (Ferdinando il Cattolico) e del Regno di Sicilia (vi furono navi provenienti da varie parti d’Europa).
Dopo tredici mesi Otranto venne riconquistata dagli Aragonesi, guidati da Alfonso d’Aragona, figlio del Re di Napoli. Gedik Ahmet Pascià ordinò loro di rinnegare la fede cristiana, ma ricevendone un netto rifiuto, irruppe con i suoi uomini nella cattedrale e li catturò. Furono quindi tutti uccisi, mentre nella chiesa, in segno di spregio, furono eliminati tutti gli affreschi, ad eccezione di una rappresentazione mariana (venerata anch’essa dai saraceni) e il luogo sacro fu ridotto a stalla per i cavalli. Il 14 agosto Gedik Ahmet Pascià fece legare i superstiti e li fece trascinare sul vicino colle della Minerva, dove ne fece decapitare oltre 800, costringendo i parenti ad assistere alle esecuzioni. Durante quel massacro, un turco si impressionó nel vedere il modo in cui gli otrantini morivano per la loro fede. 
Per un anno i corpi giacquero insepolti sul luogo del supplizio, dove vennero ritrovati dalle truppe inviate a liberare Otranto. Il 13 ottobre 1481 i corpi trucidati furono trovati intatti e vennero successivamente traslati nella Cattedrale. A partire dal 1485, una parte dei resti di quei martiri furono trasferiti a Napoli e riposano nella chiesa di Santa Caterina a Formiello, dove furono collocati sotto l’altare della Madonna del Rosario (che ricorda la vittoria definitiva delle truppe cristiane sugli Ottomani nella famosa battaglia di Lepanto); successivamente furono collocati nella cappella delle reliquie, consacrata da papa Benedetto XIII, e solo dal 1901 deposte sotto l’altare in cui si trovano oggi. I martiri furono beatificati nel 1771 e canonizzati il 12 maggio 2013 da Papa Francesco.
Le reliquie dei santi martiri sono raccolti in sette teche di legno custodite nella Cappella dei Martiri, nel duomo della città, da allora venerati con orgoglio dalla città di Otranto e visitati da migliaia di turisti che restano affascinati dalla forza e dalla resistenza dimostrate.
Claudia Gaetani

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