RIETI – Era il 1942: il Generale Wladyslaw Sikorski, Primo Ministro polacco in esilio, scrisse a Winston Churchill per chiedergli di proteggere i bambini orfani, che lui definiva “il tesoro della Polonia”. Sebbene l’India stesse lottando per ottenere l’indipendenza dall’Impero britannico, il Maharaja Digvijaysinhji Ranjitsinhji (più noto con il soprannome di Jam Sahib, “re padrone”) accettò di aiutare chi era in pericolo, mentre il resto del mondo aveva detto no. Fu lo Schindler d’India: salvò 740 orfani polacchi, ebrei e cattolici, sopravvissuti ai gulag sovietici, fino a quel momento respinti da ogni porto. I genitori erano morti nei campi di lavoro per fame, stenti, malattie e loro erano condannati su una nave nel Mar Arabico, il cibo e le medicine stavano finendo, nessun porto li accoglieva.

Jam Sahib, lo Schindler d’India
Jam Sahib era un principe senza esercito, che non aveva potere sui porti britannici. Nel 1933 succedette allo zio Ranjitsinhji Vibhoji che lo aveva adottato come figlio ed erede. Al porto li accolse vestito di bianco, inaugurò un campo rifugio a Jamnagar-Balachadi, insieme alla Croce Rossa, l’Esercito polacco in esilio e l’amministrazione coloniale, che fino al 1945 diventò una piccola Polonia Arrivò ad ospitare oltre mille rifugiati polacchi, in gran parte bambini, fornì loro cibo, case, cure e istruzione, dicendo di non considerarsi orfani, ma cittadini di Nawanagar. Fece costruire una scuola e i bambini lo chiamavano “Bapu”, padre. Li curò infatti come fossero suoi figli, pagando medici, maestri e cuochi polacchi, vestiti, libri, vacanze, con soldi propri, cercando di far dimenticare le sofferenze patite, vissero come una grande famiglia, li chiamava tutti per nome, festeggiava i compleanni e il Natale.
Quando il campo fu chiuso, gli alunni vennero trasferiti a Valivade, un quartiere della città di Kolhapur. Il luogo dove sorse il campo è diventato parte dei 300 acri del campus della Sainik School, Balachadi. Per anni il suo gesto rimase nell’oblio, tranne che nella memoria dei sopravvissuti. Solo con la fine del regime comunista in Polonia, nel 1989, emerse il ricordo e la storia del campo di Balachadi. Il governo polacco lo ha onorato come eroe umanitario e il suo gesto è considerato uno dei più nobili atti di solidarietà tra India ed Europa. Digvijaysinhji non fu solo un sovrano illuminato, ma anche un visionario umanitario. In un’epoca di colonialismo e guerra agì controcorrente, guidato da valori universali. La sua azione fu una scelta, non un obbligo, che anticipò i principi della diplomazia umanitaria e del diritto all’asilo, oggi riconosciuti a livello mondiale e la Polonia lo ricorda con gratitudine, dedicandogli vie, scuole e piazze a Varsavia. I profughi che tornarono in Polonia costituirono in segno di gratitudine l’associazione Polacchi in India.
The Jamsaheb Digvijaysinhji Jadeja School di Varsavia venne fondata e dedicata a lui in onore del suo impegno, così come il memoriale e l’intitolazione della piazza al Maharaja buono “Good Maharaja’s Square”. Il parlamento polacco all’unanimità ha votato una risoluzione per riconoscere onori a Digvijaysinhji, venne anche prodotto il documentario “Little Poland in India” in collaborazione tra il governo del Gujarat e quello polacco, le emittenti televisive pubbliche indiana e polacca, diretto dalla cineasta indiana Anu Radha, uscito nel 2013, per far conoscere ad un ampio pubblico gli sforzi compiuti anche dall’India per assistere i perseguitati politici durante il secondo conflitto, assieme alla figura di Kira Banasinska, che guidò un movimento in India per riabilitare i rifugiati polacchi e dare loro un futuro. Quest’anno a marzo la pubblicazione del libro “Il Re che Salvò 740 Bambini” di Mauro Aliberti. 
Jam Sahib Digvijaysinhji era nato il 18 settembre 1895 a Sadodar nel Gujarat, morì il 3 febbraio 1966 a Bombay. Fu un principe e un politico, crickettista e filantropo indiano, Maharaja di Nawanagar dal 1933 al 1948 e Rajpramukh dello Stato Unito del Kathiawar dal 1948 al 1956. Venne educato al Rajkumar College di Rajkot, successivamente al Malvern College e poi allo University College a Londra. Ottenuto il grado di sottotenente dell’esercito britannico in India nel 1919, proseguì la sua carriera militare al servizio degli inglesi per oltre un decennio. Destinato al 125th Napier’s Rifles (attuale 5th Battalion), nel 1920 prestò servizio nel corpo di spedizione in Egitto, ottenendo la promozione a tenente. Fu in servizio nel Waziristan dal 1922 al 1924; dopo la promozione a capitano, nel 1929, si ritirò dal servizio attivo nel 1931. Continuò a ricevere diverse promozioni onorifiche sino al 1947, quando ottenne il grado di tenente generale.
Rappresentò l’India britannica come delegato alla prima sessione della Lega delle Nazioni nel 1920, come maharaja continuò le politiche avviate dallo zio. Nel 1935 fu nominato cavaliere dall’amministrazione britannica ed entrò nella Camera dei Principi, guidandola come presidente dal 1937 al 1943. Da suo zio riprese anche la passione per il cricket, divenendo presidente della Board of Control for Cricket in India nel biennio 1937–1938 e membro di uno dei principali club sportivi di questa disciplina. Già nella stagione 1933-1934 si era distinto come sportivo, capitanando la squadra dei Western India contro gli MCC durante il loro tour in India e Ceylon. Durante la seconda guerra mondiale fu membro del gabinetto imperiale di guerra e del consiglio nazionale della difesa, oltre che del consiglio di guerra del Pacifico. 
Dopo l’indipendenza, firmò l’Instrument of Accession al Dominion dell’India il 15 agosto 1947. Unì lo stato di Nawanagar allo Stato Unito di Kathiawar l’anno successivo, servendo come suo Rajpramukh sino a quando il governo indiano non abolì questo incarico nel 1956. Fu vice presidente della delegazione indiana presso le Nazioni Unite, prendendo parte al tribunale amministrativo e alla commissione per i negoziati per la riabilitazione della Corea, dopo la guerra di Corea. Nel 1935 sposò Maharajkumari Baiji Raj Shri Kanchan Kunverba Sahiba (1910–1994), figlia secondogenita di Sarup Ram Singhji Bahadur, maharaja di Sirohi, ebbe un figlio e tre figlie. Gli successe come maharaja titolare il suo unico figlio maschio, Shatrusalyasinhji.
Francesca Sammarco
Nell’immagine di copertina, Jam Sahib, il Maharaja indiano che salvò i bambini ebrei

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