NUORO – Storia e fantasia si mescolano in questo breve racconto. Forse solo una fake o una leggenda sussurrata tra i muri delle case austriache fin dai primi del 1900. Eppure, a distanza di anni, il ronzio della piccola ape Maya Baumann continua a farsi sentire nelle tiepide giornate primaverili o nelle calde e afose estati della Golden Brothethood. Maya Baumann, secondo la leggenda, nacque in una piccola comunità di apicoltori dell’Austria nel 1920. Fu cresciuta in una setta crudele, non godendo le gioie dell’infanzia, i giochi e le risate che, mai, a nessun bambino dovrebbero essere negati per nessun motivo. Maya, nonostante tutto, era una bambina sempre allegra e sorrideva alla vita. Vestiva un abitino giallo e abitava sulle montagne austriache.

Maya Baumann
La tenuta dove dimorava era gestita da una donna che tutti chiamavano la Regina e ogni componente della “famiglia” era allevato come un’ape in un alveare con compiti e mansioni ben definite. Vivevano tutti fuori dal mondo, dalla civiltà. Tutti erano chiamati a svolgere una mansione, ma per i bambini non esistevano la scuola e il gioco, ma solo il lavoro preposto e delle canzoni, imparate a memoria, da recitare ogni santo giorno. Ogni adulto, quotidianamente, si prendeva cura del grande alveare. Parlava con le api, come se un’intima connessione unisse l’uomo agli insetti ronzanti per le grandi e verdi vallate, e le adorava come fossero divinità, sacre reliquie da proteggere e conservare.
Maya, ogni giorno, annotava in un piccolo quaderno ciò che faceva. Nonostante fosse una bambina era molto saggia, la più sorridente, ed era molto amata, se non la preferita, dalla Regina. Quando Maya compì 12 anni, si accorse che due uomini portavano via la sua amica Anna. La rinchiusero in una stanza segreta, il cui accesso era negato a tutti. Da quel giorno non la vide più e la cosa più terrificante fu verificare che, ogni giorno, altri bambini venivano rapiti senza mai più tornare dalle loro madri. Quando ebbe inizio la stagione del miele, Maya si fece forza e cercò e scoprì la stanza proibita e segreta. Al suo interno rinvenne grandi quantità di miele, barattoli e fece una scoperta inquietante. Dentro i contenitori di dolce miele vi erano frammenti ossei, denti, capelli appartenuti ai suoi amici. Che orrore per la piccola!

Il mito delle api
Gli uomini della setta della Regina non solo allevavano, proteggevano e nutrivano le api, ma facevano un miele ancora più puro con carne ed ossa umane, tenere e delicate perché prodotte da ciò che rimaneva di innocenti bambini. Quella stessa notte Maya abbandonò il gruppo. Scappò a piedi nudi da sola per sfuggire a quel mondo di terrore e di dolore che mai le si sarebbe spento nel cuore. Venne ritrovata a vagare per una strada di montagna. Da quel giorno non emise più neppure un flebile suono, non parlò più e venne rinchiusa in un manicomio. Forse è tutto frutto di fantasia, eppure la storia tramanda ben tre antiche simbologie magiche legate sia alle api, sia all’alveare.
Le api hanno affascinato l’umanità fin dall’antichità. Le leggende e i miti su questi insetti si intrecciano in diverse culture, simboleggiando l’operosità, l’immortalità e il divino. La popolazione tribale dei Saan (Boscimani) annovera, tra le protagoniste dei miti fondanti, un’ape e una mantide. Si racconta che l’ape trasportasse una mantide attraverso un fiume. Esausta, non riuscì a giungere alla riva e la lasciò cadere su un fiore acquatico. Da un seme, incastrato nel corpo della mantide, nacque il primo uomo. Anche in Uganda è presente una leggenda per cui Nambi, figlia divina, trasformò sé stessa in ape per aiutare il futuro sposo nella prova richiesta per unirsi in matrimonio. Infine in India, dove era presente solo l’ape cerana, esiste tutt’oggi una divinità delle api, Bhramari Devi. E’ rappresentata in una posizione yoga ed è chiamata proprio “respiro dell’ape ronzante”, Bhramari Pranayama.

Devi Bhramari
Bhramari Devi, dal sanscrito la dea delle api nere, è una incarnazione di una divinità superiore che si trasforma in generatrice di api e di tutti gli animali a sei zampe per sconfiggere una divinità che aveva minacciato tutto il mondo e che non poteva essere sopraffatta da nessun essere, inclusi quelli dotati di due o quattro arti. Per questo motivo, la forza creativa dell’universo, Adi Shakti, plasmò Bhramari, una enorme entità costituita da tutti gli esseri a sei zampe, che uniti lottano per impedire che vinca la armata distruttrice del Mondo. L’ape, che nobilita questo mito, ha i tre “occhi” che nella tradizione indiana possiede Adi Shakti, segno di illuminazione e grande potenza. Sono i tre ocelli, o occhi semplici, che l’ape ha sul suo capo.
Secondo il mito egizio, si credeva che le api fossero nate dalle lacrime del dio del sole Ra. Cadendo sulla terra, queste si trasformarono negli operosi insetti, facendo nascere la dolcezza dal pianto divino. Nell’antica Grecia l’ape era considerata un animale sacro e “sacerdotale”. Zeus venne nutrito dalle api da miele, e la ninfa Melissa fu l’inventrice dell’apicoltura. Secondo un altro mito greco, per difendersi dai furti, le api chiesero il pungiglione a Zeus, il quale accettò ma le condannò a morire ogni volta che lo avrebbero usato. Nella tradizione cristiana le api sono protagoniste di miracoli e leggende devozionali. La più celebre è quella di Sant’Ambrogio. Da neonato venne circondato da uno sciame d’api che gli entrò ed uscì dalla bocca lasciandovi del miele, presagio della sua grande eloquenza.

Bernard de Mandeville
Il profondo legame tra l’uomo e l’alveare ha ispirato nei secoli anche capolavori della letteratura. Il filosofo Bernard de Mandeville, nel 1714, scrisse la famosa opera allegorica “La favola delle api” e utilizzò l’alveare per spiegare le dinamiche della società e dell’economia. Le api sono ricordate ancora oggi, attraverso la storia umana, non solo come instancabili produttrici di miele, ma come messaggere divine, simboli di immortalità e purezza, rappresentazioni viventi dell’ordine cosmico.

Nambi
In un mondo dove ogni elemento naturale poteva essere portatore di significati sacri, anticamente le api occupavano un posto d’onore nella complessa rete di simboli che collegava l’umanità al divino. Ma ancora adesso esse sono responsabili di circa il 75% dell’impollinazione delle colture alimentari globali e sostengono la biodiversità vegetale. Senza di loro, la produzione di frutta, verdura e semi crollerebbe, minacciando la sicurezza alimentare e l’intera catena trofica.
Virginia Mariane

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