NUORO – La nostra società tende ad etichettare ogni cosa. C’è chi è bello e chi brutto, chi è grasso e chi magro, chi è ricco e chi povero, chi è introverso e chi è estroverso. Ma allora, se un individuo è ritenuto otroverso quali caratteristiche mostra di possedere? L’otroversione non è un’etichetta rigida, ma “la lente più accurata per comprendere la complessità selettiva della personalità in crescita e il suo dono di non-appartenenza”. Il termine otroverso è un neologismo introdotto dallo psichiatra Rami Kaminski per definire una tipologia di personalità che non rientra né nell’introversione né nell’estroversione, ma si orienta verso un’altra direzione incentrata sull’autenticità interiore. Essere otroversi non significa essere silenziosi o asociali ma selettivi con la propria energia. Esistono e sono sempre più diffusi nella nostra epoca. Non sono alieni né tanto meno mostri, ma persone che preferiscono aver cura di se stesse prendendo le distanze dal mondo che le circonda. 
La parola unisce “otro”, termine spagnolo o latino che significa “altro”, al suffisso “verso”, cioè “rivolto a”. L’otroverso è paragonabile a un marinaio che segue la sua rotta, non guarda esclusivamente dentro di sé come l’introverso, né totalmente all’esterno come l’estroverso. La sua bussola è la fedeltà a se stesso e ai propri valori. Gli otroversi non sentono il bisogno di conformarsi alle logiche della massa o di appartenere a una comunità per definire la propria identità. Scelgono con molta cura le persone con cui relazionarsi, preferendo pochi rapporti profondi e significativi piuttosto che contesti superficiali o caotici. Hanno un pensiero autonomo, infatti mantengono una forte lucidità critica e non si lasciano influenzare facilmente dalle pressioni sociali o dalle mode del momento.
Non essendo né introverso né estroverso, l’otroverso si sente costantemente incompreso. Trae energia dalle persone, ma solo da quelle giuste. Le connessioni autentiche lo alimentano e lo accendono, la profondità lo nutre, le folle lo svuotano. Gli otroversi possono stare in silenzio per settimane poi, all’improvviso, parlano senza fermarsi. Non è pura follia, è il proprio sistema nervoso che si allena. La psicologia collega questo a un’alta intelligenza emotiva, a una forte empatia accentuata. Gli otroversi sentono tutto, spesso in modo amplificato. Un otroverso a scuola o al lavoro è un individuo che possiede una spiccata indipendenza di pensiero e non sente il bisogno di conformarsi alle dinamiche del gruppo o del branco.
La socialità degli otroversi è selettiva. Preferiscono rapporti a due, “one-to-one”, o scelgono di parlare con poche persone scelte. Mostrano maturità e grande curiosità. Spesso, infatti, colpiscono per la loro autonomia di giudizio e per gli interessi profondi, ponendo spesso domande esistenziali o complesse. Non si sentono esclusi, semplicemente stanno bene anche senza l’approvazione altrui.
Essere otroverso significa non essere solo concentrato su di sé, né essere rivolto al gruppo, ma guardare “altrove” senza il bisogno di fondere la propria identità con una comunità o di seguire ideologie del gruppo. Agli otroversi capita spesso di sentirsi “fuori posto” nei grandi eventi, non per timidezza o ansia sociale, ma perché non trovano stimolanti le dinamiche superficiali. Possiamo dire che vivano e ricerchino un senso di estraneità sano. Credono nella profondità dei rapporti, per questo preferiscono legami stretti e intimi a una vasta rete di conoscenze superficiali. Hanno un forte spirito di osservazione e tendono ad ascoltare con attenzione e a riflettere a fondo prima di parlare o di agire. 
La propensione all’ascolto rende gli otroversi ottimi collaboratori e leader empatici, il loro ricco mondo interiore favorisce l’introspezione, l’intuizione e lo sviluppo di idee originali. Gli otroversi sono persone creative e brillanti. Appaiono forti e autonomi e talvolta si rischia di sottovalutare la loro sensibilità al giudizio o alle correzioni. L’otroverso è un pensatore indipendente. In una società che spesso premia l’esuberanza e la comunicazione continua, l’otroversione viene a volte scambiata per timidezza o chiusura. Si tratta invece di una risorsa preziosa basata sulla calma e sulla riflessione. E’ fondamentale riconoscere, validare e valorizzare questa condizione libera come una reale risorsa, offrendo a chi è otroverso un supporto autentico allo sviluppo, basato su rispetto, comprensione e consapevolezza. Non si deve in alcun modo forzare la sua socialità, ma occorre rispettare la sua autenticità e ascoltare le sue fragilità nascoste.
Si eviterà così lo stress cronico e l’ansia, lo sviluppo di un falso sé, i giudizi ingiusti legati alla fallace percezione di avere davanti una persona “capricciosa”, “lunatica” o, ancor peggio, “asociale”, solo perché la sua esigenza di alternanza mirata non viene compresa come una strategia di auto-regolazione funzionale e di non-conformità. Ignorare o non riconoscere l’otroversione può avere conseguenze negative sullo sviluppo emotivo dell’individuo. Essere otroversi significa essere degli outsider. Le persone estroverse si ricaricano stando con gli altri, le introverse stando da sole, gli otroversi, o ambiversi, non ricaricano le proprie energie in modo rigido solo con la solitudine o solo con la folla, ma ritrovano l’equilibrio attraverso l’autenticità e la libertà di scelta nelle relazioni.
Virginia Mariane

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