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Ma cosa fai mentre parli al telefono?

di | 2026-09-13T01:30:49+02:00 13-9-2026 0:40|Attualità, Sezione9|0 Commenti

VITERBO – C’è chi pulisce, chi cammina avanti e indietro, chi mette in ordine un cassetto, chi scarabocchia e chi si sdraia sul divano. Parlare al telefono, quando la chiamata si allunga, raramente significa soltanto parlare. La domanda interessante è un’altra: perché si sceglie quella cosa? La psicologia non permette di stabilire che chi pulisce “è fatto così” e chi cammina “cosà”. Però alcuni comportamenti possono avere funzioni diverse: regolare l’attenzione, scaricare attivazione, occupare le mani o trasformare un tempo sospeso in qualcosa di concreto.

Perché facciamo altro mentre parliamo al telefono? Il cervello non è un grande amante del multitasking. Più che svolgere due attività con la stessa attenzione, distribuisce le risorse tra compiti diversi. Uno studio pubblicato nel 2024 su Scientific Reports, su 187 persone dagli 8 agli 82 anni, ha mostrato che aggiungere un secondo compito può peggiorare memoria di lavoro, tempi di reazione o controllo posturale. Per questo durante una telefonata si scelgono gesti semplici e automatizzati: piegare vestiti, pulire, camminare. Richiedono poca pianificazione e lasciano alla conversazione la parte maggiore dell’attenzione.

Chi cammina “mette in moto” anche il pensiero? Camminare mentre si telefona è ormai un classico. Il movimento può contribuire a mantenere un certo livello di attivazione mentale e, in alcuni contesti, favorire il pensiero divergente. Una ricerca di Stanford ha mostrato che camminare aumentava la produzione di idee creative rispetto allo stare seduti. Non significa che camminare renda automaticamente più brillanti, ma conferma che movimento e pensiero sono collegati. Una ricerca del 2026 su Brain Sciences ricorda però il rovescio della medaglia: parlare al telefono mentre si cammina richiede risorse cognitive e può modificare la prestazione motoria, soprattutto negli adulti più anziani.

Pulire e riordinare: il bisogno di qualcosa di concreto Pulire mentre si parla può essere semplice efficienza, ma non solo. Le attività ordinate e ripetitive, con un risultato visibile, possono offrire prevedibilità e una sensazione di controllo. Studi sul comportamento ritualizzato hanno osservato che in situazioni di ansia o incertezza tendono ad aumentare movimenti ripetitivi e rigidi. Un’altra ricerca, condotta su oltre 3.000 partecipanti, ha rilevato che attività di pulizia reali o simulate potevano attenuare alcuni effetti dello stress. Questo non significa che chi pulisce durante una telefonata sia ansioso. Significa che, in certe situazioni, fare qualcosa di concreto può accompagnare bene una conversazione lunga o emotivamente impegnativa.

E chi scarabocchia o giocherella con qualcosa? Tenere occupate le mani può essere un modo per regolare attenzione e attivazione. Un noto studio sul doodling (l’atto di scarabocchiare o tracciare piccoli disegni spontanei senza uno scopo preciso) trovò un ricordo migliore delle informazioni ascoltate durante un messaggio monotono, anche se ricerche successive hanno dato risultati meno netti. Studi recenti sull’irrequietezza suggeriscono inoltre che piccoli movimenti ripetitivi possono contribuire a sostenere vigilanza e attenzione.

Cosa raccontano davvero queste abitudini? Non sono test di personalità. Raccontano come ciascuno gestisce attenzione, movimento e tempi morti. C’è chi ha bisogno di fare, chi di camminare, chi di tenere impegnate le mani e chi, invece, per ascoltare davvero deve fermare tutto. Più che dire chi siamo, queste piccole abitudini mostrano come il cervello cerchi un proprio equilibrio mentre ascolta, parla e resta in movimento. È proprio in quei gesti automatici, spesso invisibili finché non ci si fa caso, che una semplice telefonata finisce per raccontare qualcosa del nostro modo di stare nel mondo.

Alessia Latini

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