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Il ponte di terra che univa Sicilia e Malta

di | 2026-10-04T09:05:04+02:00 4-10-2026 0:15|Sezione 4, Storie|0 Commenti

ROMA – La Sicilia, l’isola di Malta e quella di Gozo sono sempre state raggiungibili solo ed esclusivamente via mare? E se invece, durante l’ultima era glaciale, circa 22.000 mila anni fa, una striscia di terra avesse collegato i territori siciliani con quelli maltesi? La conferma della sua esistenza è arrivata dalla campagna scientifica Bridges, condotta dal CNR-ISMAR, dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale e dall’Università di Malta. Dopo anni di accesi dibattiti, la prova dell’esistenza del ponte di terra tra Sicilia e Malta ora c’è, ma come si è arrivati a questa conclusione? Sin dal ventesimo secolo aleggiava nell’aria l’ipotesi di una massa di terra sommersa proprio nei fondali marini scandagliati durante la recente campagna di ricerca, ma i dati ottenuti al tempo erano nettamente molto meno dettagliati e restituivano una risoluzione notevolmente inferiore di quella odierna. Eppure, quel tratto di mare è sempre stato uno tra i più navigati sin dalle epoche passate. Tuttavia, come ha dichiarato Emanuele Lodolo, co-responsabile del progetto Bridges, quell’area “è completamente sconosciuta dal punto di vista della mappatura sottomarina di dettaglio”.

Emanuele Lodolo, OGS

Grazie al sistema multibeam, un dispositivo acustico installato sullo scafo della nave da ricerca fornita dal CNR, Gaia Blu, è stato possibile diffondere contemporaneamente numerose onde sonore che, rimbalzando sul fondale irregolare del Mediterraneo, hanno rilevato contorni della lingua di terra sommersa fino a 30 centimetri di profondità. Le nuove mappe ad alta risoluzione, infatti, descrivono un fondale marino ricco di creste rocciose allungate, avvallamenti e lagune protette da quelle che, un tempo, si ipotizza siano state barriere coralline.

La nave ammiraglia Gaia Blu, lunga più di 80 metri e con un peso di oltre 2000 tonnellate, ha già alle spalle decine di spedizioni scientifiche. Il suo punto di forza? Le apparecchiature di cui è dotata, specializzate, per l’appunto, nel rilievo batimetrico: una tecnica di misurazione e mappatura della morfologia dei fondali marini.

Gaia Blu

Grazie alla tecnologia avanzata presente a bordo, il fondale marino può essere ricostruito in modo estremamente dettagliato e, tramite analisi di laboratorio e la datazione al radiocarbonio di piccoli frammenti fossili presenti nei sedimenti prelevati, sarà possibile ricostruire il passato secolare di ambienti ormai coperti da numerosi metri d’acqua salata. Quel che è certo è che, circa 22.000 anni fa, il livello del mare era molto più basso rispetto a come lo conosciamo noi. La profondità del mare, in relazione a oggi, era circa 120 metri più bassa, consentendo così alle lunghe distese di terraferma di formare un corridoio naturale percorribile dagli animali e, forse, dai primi essere umani. Dopotutto, nel corso dei millenni, i ghiacciai si sono formati e sciolti periodicamente, proprio come il livello del mare, che si è innalzato e abbassato ripetute volte.

Prelievo di carote di sedimento

È durante quelle mutazioni morfologiche che ponti di terra hanno collegato varie isole tra loro o, addirittura, alla terraferma. Poi, circa 13.000 anni fa, l’innalzamento del mar Mediterraneo sommerse la lingua di terra che, a quanto pare, altro non era che un vero e proprio ponte tra la Sicilia e Malta. Questo è quanto è emerso dalle indagini condotte dai ricercatori che hanno operato a bordo di Gaia Blu durante la spedizione Bridges, guidata dai geologi marini Maria Filomena Loreto ed Emanuele Lodolo.

Maria Filomena Loreto, CNR-ISMAR

Ecco perché i dati ottenuti, da sommare a quelli che arriveranno in futuro, stanno già avendo un ruolo cruciale nel riuscire a risolvere un dilemma che ha interessato numerosi studiosi: il ponte di terra tra Sicilia e Malta è mai stato attraversato dall’uomo? Attualmente non ci sono prove sufficienti per sostenere questa tesi, ma se il ponte poteva favorire gli spostamenti della fauna, perché non avrebbe potuto favorire anche quelli dell’uomo? Le prime osservazioni dei ricercatori italiani e maltesi, che hanno navigato tra le acque siciliane sud-orientali e quelle maltesi nord-orientali, hanno mostrato che la zona ormai sommersa offriva, un tempo, l’habitat ideale per animali acquatici, pesci, alghe e piante, essendo caratterizzata da un clima umido e zone lagunari. Insomma, un ambiente ideale per la pesca e con acque poco profonde. Forse, quindi, “non un luogo da attraversare, ma un posto dove poter andare a raccogliere molluschi e poi tornare a casa”, ha affermato la geoarcheologa della Washington University, Ilaria Patania, non coinvolta nel progetto Bridges.

Ilaria Patania, WashU

La questione su cui continuare a riflettere resta, dunque, solamente una. Con il riscaldamento del clima e lo scioglimento dei ghiacci, quindi, gli spostamenti tra Sicilia e Malta vennero facilitati? È questo il quadro d’ipotesi sui primi flussi migratori tra le due isole. Tuttavia, i tempi e le dinamiche di questi spostamenti restano, ancora oggi, un enigma misterioso. Per molto tempo si è ritenuto che i primi insediamenti dell’uomo sul territorio maltese risalissero a circa 7.500 anni fa. Poi sono stati condotti gli scavi nel sito di Latnija, nella parte settentrionale di Malta, dove sono stati rinvenuti strumenti in pietra, antichi focolari e resti di pasti. Ed è così che è stata individuata una datazione un po’ diversa, risalente a circa 8.500 anni fa. A conti fatti, comunque, un’epoca in cui la lingua di terra era già stata sommersa dal mar Mediterraneo.

Ricostruzione del ponte terreste Sicilia-Malta

Quei primi abitanti di Malta raggiunsero l’isola via mare, dunque? Forse, ma resta ancora aperta la possibilità che altri gruppi di uomini potessero aver frequentato quelle zone già in epoche precedenti. In che modo? Ancora non si sa con precisione. Dopotutto, sino ad ora, nel ponte di terra siculo-maltese non è stato individuato nessun insediamento di uomini. Una cosa, però, è certa. Il territorio da analizzare è molto vasto, pari a circa tre volte l’isola di Malta e ad oggi ne è stata mappata solamente la metà. I ricercatori sperano, quindi, in nuovi finanziamenti per poter concludere la campagna, magari disponendo di ulteriori veicoli sottomarini per approfondire, ancora di più, le indagini del fondale marino.

Alice Luceri

Nell’immagine di copertina, area di lavoro della campagna scientifica Bridges (nelle acque tra Sicilia e Malta)

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