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Social snacking, l’illusione web che aumenta la solitudine

di | 2026-04-19T01:04:35+02:00 19-4-2026 0:25|Attualità, Sezione 6|0 Commenti

VITERBO – C’è un gesto che accomuna milioni di persone ogni giorno: lo scorrimento continuo del feed. Pollice che sale, immagini che cambiano, vite che scorrono davanti agli occhi. Si chiama social snacking ed è una delle abitudini digitali più diffuse degli ultimi anni, ma anche una delle più fraintese. Il termine indica un consumo rapido e passivo dei contenuti sui social media: si guardano storie, si leggono post, si osservano le attività altrui senza partecipare davvero. Una sorta di “spuntino relazionale” che dà l’impressione di aver avuto un contatto umano, senza che quel contatto sia mai avvenuto. Il risultato? Una sensazione ambigua, a metà tra la saturazione e il vuoto.

Cosa significa davvero Il social snacking non riguarda quanto tempo si trascorre online, ma come lo si utilizza. Non è l’ora passata su Instagram o Facebook a fare la differenza, bensì il livello di coinvolgimento. Quando l’utente si limita a osservare, senza commentare, senza scrivere, senza instaurare uno scambio reale, entra in una dinamica passiva. È qui che nasce il paradosso: si ha la percezione di aver “socializzato”, ma in realtà si è solo assistito alla socialità degli altri. Un po’ come entrare a una festa, restare vicino alla porta tutta la sera e poi dire di aver partecipato. Tecnicamente vero, emotivamente discutibile.

Il problema non è il tempo, ma la modalità Le ricerche più recenti confermano questa distinzione. Studi condotti a livello europeo evidenziano che l’uso passivo dei social è associato a un aumento significativo della solitudine, soprattutto tra i più giovani. Al contrario, l’utilizzo attivo, fatto di messaggi, commenti, conversazioni, non mostra correlazioni negative rilevanti. Anzi, in molti casi contribuisce a rafforzare i legami sociali. In altre parole, non è la tecnologia a isolare, ma il modo in cui la si utilizza. I social possono essere strumenti di connessione oppure di osservazione sterile. E spesso, senza accorgercene, scegliamo la seconda opzione.

Relazioni parasociali: il legame che non esiste A rendere il fenomeno ancora più complesso interviene il concetto di relazione parasociale. Si tratta di rapporti unilaterali che si instaurano con figure pubbliche o creator: si segue qualcuno, si conoscono i suoi gusti, le sue abitudini, persino le sue emozioni. Ma quel qualcuno non sa nulla di chi guarda. Queste relazioni funzionano perché sono prevedibili, accessibili e prive di conflitto. Non richiedono sforzo, non espongono al rischio del rifiuto. Ma proprio per questo restano incomplete. È un legame che simula la vicinanza senza offrirla davvero. E quando l’effetto svanisce, resta una sensazione di distanza ancora più marcata.

Un sistema progettato per trattenere Il social snacking non è un incidente di percorso, ma il risultato di un ecosistema progettato per incentivare il consumo continuo. Feed infiniti, notifiche, contenuti personalizzati: tutto è costruito per mantenere l’attenzione e prolungare il tempo di permanenza. L’interazione attiva richiede energia, tempo, esposizione. Lo scorrimento passivo, invece, è immediato, semplice, senza attriti. E infatti è la modalità più frequente. Del resto, l’algoritmo non chiede come stai: si limita a mostrarti un altro video e, a giudicare dal tempo che ci passiamo, sembra farlo anche piuttosto bene.

Perché lascia insoddisfatti Dal punto di vista psicologico, il nodo centrale è la mancanza di reciprocità. Le relazioni reali si basano su scambi, risposte, adattamenti. Il social snacking elimina tutto questo, sostituendolo con una fruizione unidirezionale. Il cervello, però, registra comunque quell’esperienza come “sociale”. Si attivano meccanismi di ricompensa, si percepisce una forma di appartenenza. Ma è un effetto temporaneo. Quando lo stimolo finisce, emerge il vuoto. Esattamente come accade con il cibo spazzatura: appaga nell’immediato, ma non nutre davvero.

Uscire dalla passività digitale Comprendere il fenomeno è il primo passo per modificarlo. Non si tratta di abbandonare i social, ma di usarli in modo più consapevole. Scrivere un messaggio invece di limitarsi a guardare. Commentare, partecipare, creare. Riportare l’esperienza digitale su un piano di reciprocità reale. Perché la differenza, alla fine, è tutta lì: tra guardare la vita degli altri e tornare, almeno ogni tanto, a vivere la propria, magari anche a parlarne con qualcuno in carne e ossa.

Alessia Latini

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