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“Non abbiam bisogno di parole”: un invito all’inclusione

di | 2026-04-16T17:53:56+02:00 19-4-2026 0:20|Sezione 5, Spettacolo|0 Commenti

ROMA – “Non abbiam bisogno di parole”, uno dei più grandi successi di Ron del ’92, ha lasciato in tanti senza parole, descrivendo un amore profondo che non aveva necessità di alcuna spiegazione verbale. Questa volta, però, non ci si sta riferendo alla canzone scritta e interpretata da Rosalino Cellamare, ma al film musicale italiano di 106 minuti, uscito su Netflix il 3 aprile, remake del film francese del 2014 “La famiglia Bélier”, che ha ispirato, nel 2021, anche il film americano “CODA – I segni del cuore”.

La famiglia Musso

Eletta Musso è la protagonista, interpretata da Sarah Toscano, classe 2006, cantautrice e vincitrice della ventitreesima edizione del talent “Amici di Maria De Filippi”. La protagonista non è una semplice sedicenne, unica udente in una famiglia di sordi, ma quel tramite, quella presenza essenziale e perennemente richiesta, che consente ai genitori e al fratello di comunicare con chiunque altro.

Qualcuno sostiene che il silenzio, fin troppo spesso, faccia paura. Le persone non udenti, spesso e non volentieri, si trovano costrette a dover trasformare l’assordante silenzio in forza vitale, la propria solitudine in coraggio disarmante, l’opprimente invisibilità in fragile e timido orgoglio. “Non abbiam bisogno di parole” aiuta a comprendere quanto possa essere alienante un mondo silenzioso, l’unico conosciuto da chi non può udire alcun suono. Al contempo, il film di Luca Ribuoli prende per mano tutti coloro che vogliono rendersi conto di quanto la devozione per la famiglia sia un bellissimo regalo da fare a chi si ama, oltre che a se stessi, ma anche un qualcosa che, spesso, può trasformarsi in un macigno impossibile da valicare a causa dei desideri, forse un po’ troppo egoistici, di chi si ha vicino.

La scena chiave del film

A pensarci bene, quanto può essere difficile abbandonare l’azienda agricola di famiglia, non prendersi più cura dei propri cari, degli animali e degli asini allevati in giardino, se il sogno che si custodisce nel cassetto si trova dall’altra parte del precipizio, irraggiungibile a tal punto che un singolo salto nel vuoto non basterebbe per afferrarlo a mani aperte? Come fa Eletta a conciliare le esigenze della sua famiglia, che dipende da lei, con la voglia di libertà e il bisogno di trovare un posto, il suo posto, nel mondo? Questa domanda non necessita e non impone risposte. Suggerisce però, a gran voce, la visione del film. Una visione fatta prima con il cuore e poi con gli occhi. Prima con le emozioni, la rabbia, la comprensione, il risentimento e la compassione e poi, solamente quando arriva la sigla finale, con la razionalità della mente, che elabora cosa ha appena finito di vivere per quasi due ore.

Un saluto, una separazione, un nuovo inizio

Fino a non troppo tempo fa, erano pochi i film che portavano all’attenzione la tematica della sordità. Oggi, con produzioni cinematografiche di questo calibro, si può far conoscere una quotidianità che appartiene a tante persone. Una condizione rappresentata in modo reale, con tutte le sue sfumature, senza fermarsi ai soliti stereotipi superficiali. Tra l’altro, “Non abbiam bisogno di parole” è il primo film italiano, sulle persone sorde, recitato da persone non udenti: Antonio Iorillo, interprete di Francesco Musso, fratello della protagonista, e Carola ed Emilio Insolera, nei panni di Caterina e Alessandro Musso, i genitori di Eletta.

Iorillo e i coniugi Insolera, attori non udenti

In un’intervista per Netflix, Iorillo ha dichiarato che il silenzio non è qualcosa di vuoto, senza nulla. In realtà può essere pieno, ricco di comunicazione, di comprensione, di emozioni: nel silenzio c’è tutto. E in quell’occasione Sarah Toscano ha colto l’opportunità per sottolineare come, non di rado, il silenzio dica molto di più delle parole effettive. L’inclusione nella vita reale non sarebbe poi così difficile se tutti imparassero la Lis, la lingua dei segni. Un po’ com’è successo nel film, quando Giuliana, la professoressa di canto, interpretata da Serena Rossi, per parlare con la famiglia Musso senza alcuna mediazione esterna, cercò di spiegare con le sue mani, che goffamente si muovevano accompagnando le parole, quanto fosse grande il dono della loro figlia, che cantava come un usignolo.

Serena Rossi cerca di parlare in Lis

Il film è interrotto, più volte, da brani come “Non abbiam bisogno di parole”, “I Try”, “C’è una ragione che cresce in me” e “Atlantide”. Tutte canzoni che aiutano ad avvicinare, empaticamente, lo spettatore alla trama del film. A maggior ragione dopo aver ascoltato l’esibizione di “Atlantide” di Eletta, che ha cantato traducendo contemporaneamente il testo in Lis, riuscendo a far entrare i suoi genitori nel mondo che, in qualche modo, gli stava strappando l’unica loro figlia udente.

Eletta canta e traduce in Lis

“Per chi non conosceva il film originale francese, questo remake è stato davvero emozionante”. “Un capolavoro, lacrime a fiumi”. “Ho adorato questo film dal primo all’ultimo minuto”. Sono tanti i commenti positivi di chi ha visto “Non abbiam bisogno di parole”. Anche chi era inizialmente titubante, poiché aveva già guardato “La famiglia Bélier”, poi si è ricreduto. “Ero un po’ scettico, ma poi ho ceduto. Questo film mi ha emozionato e non poco. Mi ha fatto piangere tanto e mi ha fatto provare emozioni bellissime”. “Solitamente i remake mi deludono un po’. Questo, invece, mi è piaciuto moltissimo”. Una volta arrivati ai titoli di coda, ciò che rimarrà sarà una sensazione bella e rasserenante, che sprona ad avere maggiori consapevolezze. È un qualcosa difficile da spiegare, ma che sicuramente aiuterà tante persone a sentirsi riconosciute. Nel film la sordità non appare come difetto e il motivo è semplice: la sordità non è un difetto. Ne è un esempio l’accento posto sul tema dell’inclusione e sulla storia d’amore tra Martina e Francesco, l’amica e il fratello di Eletta: lei udente, lui no, proprio come i suoi genitori.

L’unione fa la forza

I limiti esistono, ma si impara a conviverci. Le strade da imboccare ci sono per tutti, serve solamente riconoscere la propria. Il cambiamento è una tappa naturale della vita di ogni individuo, basta saperlo accogliere. E allora, cosa significa essere diversi? Cosa può significare trovarsi in una stanza, anche piccola, sapendo che due persone sono diverse solo perché una sente e l’altra no, se quelle quattro mura sono però colme d’amore? I problemi, i disturbi, gli ostacoli possono esserci, ma quando c’è l’amore è come se tutto il resto svanisse. E la ragione è semplice: se c’è amore, “non abbiam bisogno di parole” per far capire a chi ci sta accanto quanto sia importante per noi. Perché “l’amore non ha bisogno di parole”.

Alice Luceri

Nell’immagine di copertina, la locandina del film “Non abbiam bisogno di parole”

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