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La Settimana Santa: antichi riti in Sardegna

di | 2021-04-02T18:57:24+02:00 4-4-2021 6:05|Attualità, Sezione 2|0 Commenti

NUORO – La Settimana Santa è quel periodo tanto caro ai cristiani di tutto il mondo che va dalla Domenica delle Palme al Sabato Santo. Essa precede la Pasqua, cioè la domenica in cui si celebra la resurrezione di Gesù Cristo: la Pasqua, massima solennità della fede cristiana. Per devozione, sentimento o abitudine, nelle varie località di tutto il mondo, si vive cristianamente questo periodo che precede la Pasqua con riti che trovano la loro origine in tempi assai lontani e che fondono insieme sacro e profano. Soprattutto nel Sud della nostra penisola, grazie ai notevoli influssi spagnoli, le celebrazioni della Settimana Santa, mescolano insieme elementi religiosi ad altri di natura folcloristica che assumono caratteristiche struggenti, piene di trasporto e che rendono omaggio al periodo liturgico più importante del calendario cattolico.

I riti della Settimana Santa in Sardegna affondano le loro radici nei riti arcaici delle popolazioni del Mediterraneo. Essi sono legati al culto del rinnovamento della terra e delle stagioni perché alle divinità pagane si attribuiva il rifiorire della natura. Con l’arrivo della religione ebraica e poi del cristianesimo, aspetti religiosi e riti arcaici si sono fusi fino a creare un’unica celebrazione ricca di mistero. Dalla Pasqua ebraica si è preso il simbolo dell’agnello e del pane, la forma della liturgia e la data della celebrazione, ma i riti della Settimana Santa sono carichi di tracce del culto della terra, come l’usanza di far crescere al buio i germogli per poi posizionali ai piedi dell’altare (Su Nènniri), o quella di benedire e santificare le abitazioni (“Is allichirongius de Pasca”); il Venerdì Santo, inoltre, ha ereditato i suoi riti anche dalla tradizione semita, come quello del non mangiare nessun cibo ritenuto impuro.

Con l’arrivo degli spagnoli l’isola si è arricchita di nuove usanze e ha fatto sue tradizioni nuove dense di mistero e cariche di teatralità, come la nascita delle confraternite dai volti coperti di veli o cappucci e i corpi stretti in tuniche legate alla vita da lunghe corde che, con le loro suggestive processioni, il pianto, la preghiera e il canto accompagnano le omelie dei sacerdoti o il rito de S’Iscravamentu e, il giorno di Pasqua, de S’Incontru tra la statua del Cristo risorto e la Madonna. Con la pandemia (purtroppo ancora in atto quest’anno) sarà difficile vedere riproporre, nei vari centri della nostra isola, i riti tanto amati della santa Pasqua, ma è bello ricordare come, fino a due anni fa, questi hanno reso la nostra Pasqua più suggestiva e sentita.

S’Iscravamentu, letteralmente “lo schiodamento”, è la deposizione del Cristo dalla croce. È uno dei riti paraliturgici più antichi della nostra terra. I cori dei fedeli rendono emozionante l’atmosfera di profondo dolore cui assiste anche la Madonna paralizzata da una forte e sofferta sofferenza. Si recita con profonda commozione il rituale. Il rito inizia con una processione. Due confratelli impersonano Nicodemo e Giuseppe d’Arimatèa e su due vassoi chiamati “fuèntes” si appoggiano un martello, delle tenaglie e una striscia di lino bianco che viene utilizzata per deporre Gesù dalla croce. Talvolta la rappresentazione si arricchisce di figure come quella di San Giovanni e Maria Maddalena impersonati da altri Confratelli o di bambini vestiti da angeli e per questo chiamati “anghelos”. Altri Confratelli trasportano il feretro chiamato “sa lettèra” o “su brassolu” dove viene deposto il Cristo morto, altri ancora trasportano delle scale. Sull’altare maggiore è allestito un palco con una grande croce.

La chiesa è in assoluto silenzio fino al momento in cui il sacerdote dà alcuni ordini in “limba”. Nicodemo e Giuseppe d’Arimatèa salgono le scale, tolgono la corona di spine dal capo del Cristo, la mostrano al popolo, scendono mestamente e la depongono ai piedi o sul capo della Madonna. Con movimenti lenti e delicati fanno passare il panno di lino fra le braccia e la nuca del Cristo, tolgono i chiodi dai piedi e dalle mani del crocifisso e li mostrano ai fedeli. Dopo averli poggiati su uno dei vassoi li mostrano alla Madonna. Per pochi secondi il Cristo rimane appeso, sostenuto solo dal sudario, poi i Confratelli lo prendono tra le braccia e lo depositano a terra. Nella chiesa si leva il canto del Miserere e il Cristo, deposto nel feretro (“in su brassolu”) ornato di fiori e ricoperto da un velo (“su velu”), è condotto in processione al sepolcro, “sa processione de s’interru”, la processione del seppellimento dove un Confratello veglia fino all’alba in attesa della Resurrezione.

“S’incontru” invece è il rito più importante della Pasqua, introdotto dagli Spagnoli nel Quattrocento per rappresentare l’incontro tra Gesù risorto e la Madonna. Nel paese di Oliena è molto sentito. La mattina di Pasqua, poco prima delle dieci, due cortei attraversano le vie del paese. Il primo porta la statua della Madonna coperta da un velo nero, simbolo di lutto. Parte dalla chiesa di Santa Croce e attraversa il paese alla ricerca di Gesù. Il secondo corteo parte dalla chiesa di San Francesco, portando la statua del Cristo risorto. I fedeli indossano l’abito tradizionale olianese. Le donne hanno abiti ricchi di seta e fili d’oro e d’argento e il tipico copricapo, “su muncadore”, costituito da uno scialle in lana piegato a triangolo ricamato con fili di seta e poi ricoperto da fili d’oro e pietre dure. Gli uomini portano “sa berritta”, il tipico copricapo sardo, “su carcione de uresi”, il calzone in orbace, “su gipone”, il giubbetto di panno rosso ornato con strisce di velluto o broccato.

Un tripudio di colori si stringe attorno alla statua della Madonna che sotto il velo nero, simbolo del lutto, porta un abito stellato, e a quella del Cristo risorto, che tiene in mano “sa Pandela”, lo stendardo carico di ori votivi, simbolo del trionfo della vita sulla morte. S’Incontru avviene nel piazzale antistante l’antica chiesa parrocchiale di Santa Maria, ricoperto da erbe aromatiche che profumano tutto il luogo. Sulla piazza, in assoluto silenzio, i fedeli eseguono tre genuflessioni, “sos indrinucones”. Le due statue, la Madre e il Figlio, guardandosi negli occhi si salutano compiendo i tre inchini di rito. Secondo la tradizione, se vengono eseguiti con perfetta sincronia, sono considerati simbolo di buon auspicio e il futuro raccolto sarà abbondante.

Salutato il Cristo, alla statua della Madonna viene tolto il velo nero per mostrare l’abito azzurro. Solo in questo preciso momento, dai balconi circostanti, i fucilieri sparano a salve verso il cielo a sottolineare la gioia dei fedeli per la resurrezione del Figlio di Dio e per scacciare i demoni. Così tra l’euforia generale si celebra e si rinnova, di anno in anno, la vittoria del bene sul male. Avvenuto l’incontro si suonano le campane, e anche la chiesa di Santa Maria, che durante l’anno rimane silenziosa, fa sentire la sua voce. Terminato il rito de “S’Incontru” i due cortei si riuniscono e si dirigono verso la chiesa di Sant’Ignazio dove viene celebrata la messa, al termine della quale si eseguono i balli tradizionali e in segno di ospitalità fraterna vengono offerti vino e dolci tipici.

Virginia Mariane

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