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La Sardegna e la faida, l’offesa da vendicare

di | 2021-09-25T11:51:35+02:00 26-9-2021 6:30|Attualità, Sezione 7|0 Commenti

NUORO – Studiando la storia più volte capita di incontrare consuetudini strane, a volte barbariche, ritenute inammissibili al giorno d’oggi. Una di queste è la faida, antica usanza tipica delle popolazioni barbariche germaniche diffusasi, dopo la caduta dell’impero romano d’Occidente, anche in casa nostra. Anticamente era ritenuta un diritto legato alla giustizia e quindi un atto legittimo; solo in epoche molto recenti è stata considerata un crimine. Parlare di faida in Sardegna non è facile, è sempre stato un argomento ostico da trattare e spesso causa di incomprensioni o litigi. Eppure, nel 2021, questo fenomeno pare non essersi estinto del tutto in alcune realtà isolane, soprattutto nella zona della Barbagia. In Sardegna la faida è documentata fin dal ‘700 e dall ‘800 e i fatti di cronaca parlano di cruenti ed efferati delitti legati proprio a questa pratica ancora oggi ancora in uso anche se, fortunatamente, in misura minore. In alcune località sarde parlare di faida è ancora oggi quasi un tabù per le lunghe strisce di sangue che hanno arrossato piazze, campagne, case e viottoli di parecchi paesi barbaricini.

Per faida si intende “uno stato di ostilità tra la parentela di chi ha subito un’offesa e quella di chi ne è ritenuto responsabile, una lotta tra famiglie e gruppi rivali, alimentata da vendette o ritorsioni”. Secondo il “Codice barbaricino” messo per iscritto da Antonio Pigliaru, partendo dal principio che “l’offesa deve essere vendicata”, come recita l’art. 1, la famiglia di colui che ha subito un torto decide che la faida abbia inizio attuando la propria vendetta. Nessuno dei parenti può sottrarsi all’obbligo di partecipare alla faida fino a che il torto, considerato fatto a tutti i membri della famiglia, non sia stato pienamente vendicato. Il torto subito può essere di vario tipo, dal furto di bestiame alla disposizione di un confine non ritenuto giusto, allo sgarrettamento del gregge, alla rottura di un patto, al furto, all’ingiuria con falsità, all’assassinio. L’offesa non può essere lasciata correre e per dimostrare di essere veramente uomini occorre vendicarsi.

In sardo, esiste la parola, “disamistade” che significa “inimicizia” e, per estensione, faida, che viene spesso usata per indicare uomini, sangue, lotta e dolore ed esprime il concetto della discordia che nasce tra gli uomini per il semplice fatto di convivere. Quando tra le famiglie si instaura la “disamistade” i vecchi dolori, le incomprensioni e i rancori che sembravano essere stati cancellati dal tempo tornano alla luce e se ciò degenera nello scontro aperto per i componenti di un gruppo o dell’altro non esiste speranza di risoluzione del conflitto che si tramanda di generazione in generazione. Sangue, lacrime e dolore investono non solo i singoli ma l’intera comunità e pare che il proprio dolore non sia commensurabile a quello degli altri, ma anzi che il dolore degli altri sia solo un dolore a metà. Niente può alleviare la pena, né la fede né tanto meno lo Stato con le sue leggi. In Sardegna non tutti possono essere protagonisti di una faida ma solo coloro che ne hanno le caratteristiche: essere “homine”, vero uomo, fisicamente forte, abile, agile e intelligente.

L’uomo della faida è il “balente”, l’unico capace di riscattare le offese subite dalla propria famiglia per mezzo del diritto alla compensazione, che consiste nel finire il nemico e sopravvivere alla sua morte. L’homine deve perciò mostrare un grande autocontrollo, deve essere padrone di se stesso per dominare la morte e non subirla, e per sopravvivere nella cultura della vendetta che è estremamente competitiva. Il codice richiede il rispetto di alcune regole che normino la vendetta affinché sia proporzionata, ossia adeguata a recare un danno uguale o maggiore a quello subito; prudente, perché dovrà essere attuata solo dopo aver avuto la certezza che l’accusato del dolo sia veramente colpevole e l’esito della riappacificazione tra le parti, che consiste in un adeguato indennizzo o nell’andare a costituirsi dopo aver chiesto perdono, sia fallita; progressiva, perché la vendetta deve avvenire utilizzando mezzi proporzionali all’aggravarsi o all’attenuarsi dell’offesa subita. Quando viene accertata la gravità dell’offesa, la vendetta sarà compiuta in tempi brevi, ma non nel caso in cui si tratti di un’offesa di sangue che non cade mai in prescrizione e anzi metterà in moto la macchina della vendetta ad oltranza che non farà mai estinguere l’offesa.

La storia delle faide sarde racconta che spesso le parti o non arrivano mai a un chiarimento o, se questo avviene, richiede che fiumi di sangue debbano essere versati prima di ritenere l’onta finalmente lavata. Non ci sono parole nella vendetta, solo azioni e gesti mortali, distruttivi, definitivi. Colui che subisce la morte, è detto “su mortu”, il morto, e secondo il codice barbaricino ha subito un destino che evidentemente ha meritato. La “mala morte“ diventa un fatto sociale, collettivo, non riconducibile all’interno della propria intimità familiare, ma sottoposto alla vista di tutti e condiviso da tutti. Il funerale riunirà l’intera comunità. Quando le terre della Sardegna sono state insanguinate da omicidi legati alle faide familiari la gente delle località incriminate è stata ritenuta omertosa, cioè non disponibile a comunicare ciò di cui si è a conoscenza alle forze dell’ordine non solo per mancanza di fiducia nella Giustizia, ma soprattutto per paura di perdere onorabilità e rispettabilità agli occhi della comunità.

Ma che ruolo hanno avuto in passato e hanno tutt’oggi le donne in tutto questo? Se agli uomini spetta il compito di vendicarsi, alle donne tocca quello di esprimere il proprio dolore portando il lutto, vestendosi rigorosamente in nero anche per tutta la vita. In una società matriarcale come quella sarda, però, il tempo del lutto, per la donna, può assumere anche un altro significato. Molto, troppo spesso, nei piccoli centri barbaricini la donna ha rivestito il ruolo di custode dell’odio che porta alla vendetta venendo più volte indicata e giudicata come la principale istigatrice della vendetta di sangue e della violenza. Fortunatamente la situazione è cambiata e le donne della Barbagia, hanno rotto da tempo il muro dell’omertà richiedendo ai propri uomini di vivere in modo più civile, più aperto, più rispettoso della legalità, sottolineando quasi che è meglio seguire il codice della legge che quello barbaricino anche davanti al torto, al dolo, alla vendetta e persino all’omicidio subiti. Le donne diventano così mediatrici, portatrici di pace, perché l’odio chiama l’odio e la vendetta chiama altra sanguinosa vendetta.

Alcune di queste hanno un nome, come Tetta Manca, infermiera di Orune, che nel maggio del 2005 ha perso il marito ucciso con cinque scariche di fucile. Il giorno del seppellimento del proprio congiunto ha chiesto al figlio adolescente pubblicamente di perdonare gli assassini del padre con queste parole: “Promittimi izzu mè, chi sese prontu a perdonare” (“promettimi figlio mio che sei pronto a perdonare”). Esistono però altre donne il cui nome è sconosciuto capaci comunque di esprimere il rispetto per la vita, il senso del perdono, il rifiuto della violenza con frasi altrettanto forti come la seguente: “Preferirei che mio figlio morisse piuttosto che diventasse ‘mortore’ (assassino)”. Certe “donne” bisognerebbe davvero conoscerle perché sono queste le uniche capaci di cambiare il mondo.

Virginia Mariane

Nell’immagine di copertina, un’auto crivellata di colpi durante la faida di Oliena

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