ROMA– Il fenomeno climatico naturale “El Niño” è pronto a fare il suo ritorno. Ciò che preoccupa gli scienziati non è solamente la sua ricomparsa, ma anche la sua intensità. Quello del 2026, infatti, potrà essere un El Niño con temperature superficiali dei mari anomale che, forse, supereranno la soglia dei +2°C rispetto alla media, innescando reazioni a catena come eventi meteorologici estremi di grande impatto. Per il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, si è di fronte a “un urgente allarme climatico”. Il Centro di Previsione Climatica della NOAA (Amministrazione Nazionale per l’Oceano e l’Atmosfera) stima, inoltre, una probabilità su quattro che l’evento raggiungerà un’intensità “molto forte” e, in quel caso, il fenomeno verrà qualificato come “super El Niño”.
Ma cosa causa questo fenomeno? Innanzitutto, i principali responsabili sono gli alisei, i venti che soffiano nella fascia tropicale dell’emisfero boreale e australe. Quando questi s’indeboliscono, generando onde d’acqua calda lungo l’equatore (che trasportano calore da ovest a est), gli strati superficiali dell’oceano si riscaldano e i mari s’innalzano. E una prova concreta è già arrivata: il livello del mare del Perù, a metà maggio, era più alto di 15 centimetri rispetto alla media.

Spostamento correnti del Pacifico durante El Niño (credits: NOAA)
Generalmente, El Niño cambia in base alla stagione e alla regione in cui si sviluppa. Ha effetti più marcati nell’emisfero settentrionale nei mesi invernali, mentre ai tropici s’intensifica in estate e in autunno, in concomitanza con la stagione degli uragani. Durante l’inverno, per esempio, lo spostamento delle correnti del Pacifico porta più umidità nel sud degli Stati Uniti, mentre crea condizioni più calde e secche nel nord. Forse in molti non lo sanno, ma questo fenomeno climatico riduce l’attività degli uragani nell’Oceani Atlantico, aumentandone invece la presenza nell’Oceano Pacifico. Tutto ciò accade perché le acque calde forniscono più energia e le condizioni atmosferiche diventano ideali per la nascita delle tempeste. Tra l’altro, Celeste Saulo, direttrice dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM), ha dichiarato che l’incombente El Niño “potrebbe aggravare siccità e precipitazioni intense, aumentando anche il rischio di ondate di calore sia sulle terre emerse che sugli oceani”.

Stagione degli uragani 2026 (credits NOAA)
Ma perché si parla di previsioni che indicano un possibile evento così estremo per il 2026? I dati, forniti dal Centro di Previsione Climatica della NOAA, parlano chiaro: si ipotizza che El Niño si manifesterà a breve, con l’82% di probabilità entro luglio 2026, e che potrà persistere per tutto l’inverno, con il 96% di probabilità tra dicembre 2026 e febbraio 2027. Gli aggiornamenti su El Niño sono frutto di varie collaborazioni, tra cui quella dell’OMM e l’Istituto Internazionale di Ricerca sul Clima e la Società, ma hanno offerto il loro contributo anche esperti provenienti da tutto il mondo. In fin dei conti, sapere cosa aspettarsi risulta fondamentale per chi si occupa della gestione del rischio di catastrofi. A maggior ragione dopo che l’OMM ha stimato una probabilità dell’80% che le condizioni tipiche di El Niño si potranno instaurare già da giugno.

Previsioni giugno-agosto 2026 (credits: OMM)
È vero che il ciclo di El Niño si ripete ogni 2-7 anni, ma quel che è importante tenere a mente è che potrà durare dai 9 ai 12 mesi, con possibili precipitazioni fuori stagione, venti anomali, uragani e un rimescolamento della distribuzione dei pesci negli oceani, dato che le acque più calde sono meno ricche di elementi nutritivi. Questo è ciò che è accaduto nel 2023, l’anno più caldo degli ultimi 150 precedenti, che ha visto, per oltre il 50% dei suoi giorni, un innalzamento delle temperature di circa 1,5°C. El Niño, dunque, non farà altro che accelerare il riscaldamento globale già in corso?

Influenza di El Niño sugli uragani (credits NOAA)
Daniel Swain, climatologo dell’Università della California, ha fatto sapere che “non abbiamo mai sperimentato un El Niño in presenza di temperature globali così elevate. Pertanto, non sarebbe sorprendente assistere a impatti globali senza precedenti, tra la fine del 2026 e il 2027, in termini di inondazioni, siccità ed eventi estremi legati agli incendi boschivi”. D’altro canto, però, secondo l’OMM, non esistono prove scientifiche che il cambiamento del clima aumenti in maniera proporzionale rispetto all’intensità di El Niño. Quel che è certo, comunque, è che oceani e atmosfera più caldi ne possono amplificare le conseguenze. Nel tempo sono stati registrati solamente tre casi di “super El Niño”: nell’82-83, nel 97-98 e nel 2015-16, con temperature di oltre 2°C in più nell’Oceano Pacifico. Resta dunque da chiedersi: sebbene un El Niño molto forte sia quasi certo, lo sarà così tanto da battere tutti i precedenti record?

Super El Niño del 2015 (credits: NASA)
Le voci degli esperti vanno ascoltate tutte e c’è chi sostiene che pure una semplice variazione del vento potrebbe modificare l’evento in corso. Una cosa è certa. “La natura riserva sempre sorprese e permangono grandi incertezze”, sottolinea Hosmay Lopez, oceanografo e previsore NOAA. Anche Paul Roundy, docente di scienze atmosferiche presso l’Università di Albany, è convinto che, al momento, ci sia “circa il 50% di probabilità che l’evento diventi il più intenso mai registrato”.
Meglio non trarre conclusioni affrettate, ma è sempre bene prepararsi, adeguatamente in anticipo, ai possibili impatti legati ai cambiamenti climatici causati da un fenomeno naturale, di portata globale, proprio come El Niño.
Alice Luceri
Nell’immagine di copertina, la temperatura superficiale dell’Oceano Pacifico, in forte aumento: un segnale che El Niño si sta avvicinando (credits: NOAA)

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