RIETI – Agire d’istinto, non seguire sempre i manuali, non rassegnarsi al destino, continuare a credere nei propri sogni può salvare, tenuto conto anche che nell’emergenza, spesso non c’è neanche il tempo di consultare i manuali. Il capitano Tammie Jo Shults era il comandante del volo Southwest 1380, un Boeing 737, decollato nell’aprile 2018 dall’aeroporto LaGuardia di New York e diretto a Dallas, con 149 persone a bordo. L’aereo si stava disintegrando a 32 mila piedi, ma lei rimase impassibile. Il motore sinistro era esploso violentemente, schegge di metallo avevano colpito la fusoliera danneggiandola, un finestrino si era frantumato depressurizzando la cabina, risucchiando Jennifer Riordan, seduta proprio lì, nonostante avesse le cinture di sicurezza allacciate.
I passeggeri la trattennero afferrandola per le gambe e per il busto, ma non fu sufficiente: morì in ospedale a seguito delle ferite riportate, il trauma cranico e fu l’unica vittima. Le maschere d’ossigeno erano cadute, gli allarmi urlavano, il rumore era assordante, i sistemi stavano cedendo, le spie erano tutte accese, compromesso il sistema idraulico. L’aereo virò con violenza a sinistra, precipitando in picchiata, il fumo riempì la cabina di pilotaggio, i passeggeri pregavano e mandavano gli ultimi messaggi.
Ma la voce del comandante Shults alla radio non tradì emozioni: “Southwest 1380, siamo a motore singolo, manca una parte dell’aereo” e rispondendo alla domanda dei controllori di volo, disse con calma “no, non siamo in fiamme, dicono che c’è un buco”. Niente panico, solo informazioni precise. Quando il motore esplose, Tammie capì subito quanto fosse catastrofico, ma aveva anni di addestramento alle spalle e pilotò seguendo l’istinto. Iniziò una discesa di emergenza, perdendo oltre 20 mila piedi in pochi minuti mantenendo stabile l’aereo, si allineò per l’aeroporto internazionale di Philadelphia e atterrò, circondata dai mezzi d’emergenza. Quando i paramedici la visitarono rimasero stupiti: la sua frequenza cardiaca era appena aumentata. 
Tammie era cresciuta in un ranch vicino a Tularosa, nel New Mexico, vicino alla base aerea di Holloman e da bambina passava le ore a guardare i jet F-4 Phantom e le scie bianche che lasciavano nel cielo. Al liceo partecipò a una conferenza sulle carriere aeronautiche, unica ragazza presente. Un colonnello dell’Air Force in pensione le disse che non esistevano donne pilota professioniste, le ragazze non pilotavano caccia, le compagnie aeree non le avrebbero assunte. Tammie fece domanda all’Air Force, venne respinta tre volte, anche se avevano bisogno di piloti, ma di donne pilota proprio non volevano sentir parlare. Provò con la Marina, qualificandosi all’esame di ammissione, tuttavia un ufficiale si rifiutò di elaborare la sua domanda, dicendo che il punteggio era buono per un uomo, ma che per le donne doveva essere più alto. Un anno dopo trovò un reclutatore e nel 1985 entrò alla Naval Aviation Officer Candidate School diventando istruttrice di volo. Pilotò l’A-7 Corsair II, diventò una delle prime donne a volare sull’F/A-18 Hornet nella Marina degli Stati Uniti.
Alle donne erano vietate missioni di combattimento, la politica teneva le donne a terra, mentre suo marito, aviatore navale, era schierato in zone di guerra. Restò come pilota istruttrice e aggressor. Un comandante dichiarò che non avrebbe permesso a una donna di insegnare tiro aereo avanzato e le tolse l’incarico, forse per farla desistere, riassegnandola ad insegnare il recupero da perdita di controllo: come riportare un aereo che era entrato in vite, assetti anomali, picchiate oltre i limiti normali, proprio quando gli strumenti non sono più attendibili, l’idraulica fallisce, i comandi non rispondono e rimane solo l ‘istinto, l’esperienza e il sangue freddo. Per un anno insegnò ai piloti come riportare indietro un aereo sull’orlo della catastrofe.
“Per tornare ad avere il controllo non bisogna essere sempre in controllo” diceva. Nel 1993 lasciò la Marina per la Southwest Airlines e per 25 anni volò su rotte commerciali di routine. Tre settimane dopo quel 17 aprile del 2018 era nuovamente in cabina di pilotaggio e ci rimase fino al 2020. Ora vola privatamente e fa volontariato trasportando pazienti medici e famiglie che hanno bisogno di aiuto.
La sua autobiografia si intitola “Nerves of steel – how I followed my dreams, earned my wings and faced my greatest challenge” (Nervi d’acciaio – come ho inseguito i miei sogni, guadagnato le mie ali e fronteggiato la mia sfida più grande).
Francesca Sammarco

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