//Non si ferma la “fuga“ dalla Sanità pubblica

Non si ferma la “fuga“ dalla Sanità pubblica

di | 2026-10-04T01:06:56+02:00 4-10-2026 1:00|Punto e Virgola|0 Commenti

I numeri contengono una verità intrinseca che nessuna spiegazione verbale riesce a fornire. Insomma, parlano chiaro e  non hanno bisogno di ulteriori commenti o spiegazioni. E sono proprio i numeri e le relative statistiche a stabilire che la sanità pubblica italiana vive una situazione di profondo disagio che inevitabilmente si ripercuote sulla qualità (ma anche sulla quantità) del servizio offerto. Non c’è contraddizione in questa affermazione perché se è vero che un esame o una visita specialistica devono possedere i crismi della competenza e della capacità degli operatori preposti, è altrettanto vero che la prestazione deve essere fornita in tempi ragionevoli: lunghe (anzi, spesso lunghissime) liste d’attesa costringono inevitabilmente a rivolgersi a strutture private. E chi non può permetterselo, deve soltanto sperare che nel frattempo la situazione non precipiti.

Ma si diceva dei numeri. E allora vale subito la pena andare a vedere che cosa sta succedendo negli ospedali italiani e negli ambulatori dei medici di famiglia, quelli più vicini alle esigenze di ognuno di noi. La prima criticità riguarda i nosocomi in quanto le dimissioni volontarie sono sempre più frequenti, tanto che nel 2025 i dipendenti ospedalieri che hanno lasciaro il lavoro hanno superato il numero di chi è andato in pensione: 3.767 uscite a domanda contro 2.876 pensionamenti. Un fenomeno che ha interessato il 3,5% del totale dei medici presenti nella Sanità pubblica: soglia mai registrata prima neppure nei mesi più critici della pandemia. Di fatto, in un solo anno, gli addii sono aumentati del 150% rispetto ai 1.503 del 2024. A certificare il dato è un’indagine del sindacato Anaao Assomed. In sostanza, l’anno scorso, in 12 regioni su 20 i medici ospedalieri che hanno scelto di lasciare il Servizio sanitario nazionale prima della pensione sono maggiori di quelli che hanno raggiunto gli anni necessari per smettere di lavorare e godersi il riposo.

Si tratta di professionisti che, nel pieno della maturità professionale, hanno deciso di appendere il camice al chiodo e di dedicarsi ad altro? Sicuramente, no: sono dottori che hanno semplicemente scelto di andare a lavorare in strutture private. Dove vengono pagati di più e dove possono operare in condizioni decisamente migliori, dove insomma stanno meglio: in tutti i sensi. Chi scrive è testimone diretto della decisione di un valente e giovane urologo che, qualche mese fa, ha lasciato la struttura ospedaliera (anche molto prestigiosa) dove operava per accettare l’offerta di una clinica privata: guadagnerà il triplo e lavorerà molto meno.

Il fenomeno interessa tutta l’Italia, ma in Lazio, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Sardegna la situazione si presenta più complicata in quanto il numero dei camici bianchi dimissionari supera da 2.4 a 3.3 quello dei pensionati. Il dato che rende preoccupante l’indagine di Anaao Assomed è che i medici che prendono questa decisione non sono professionisti a fine carriera, ma quelli che si trovano nel pieno della maturità clinica, con un’età media intorno ai 48 anni. Inoltre, nell’ultimo decennio, il Centro-Nord ha registrato una quota positiva di 4.029 medici (+5,9%), mentre il Meridione ha continuato a svuotarsi, perdendo 1.166 unità (-3,1%). A pagare il prezzo più alto in termini di riduzione di organico sono Basilicata (-24,6%), Molise (-17,2%), Valle d’Aosta (-14,2%) e Calabria (-12,6%).

Un valore positivo è che il ricambio generazionale ha preso il via: tra il 2015 e il 2024 l’età media dei medici ospedalieri si è ridotta in modo significativo, due anni e sette mesi in meno per i colleghi uomini e due anni e quattro mesi per le donne. “A fronte di un ricambio generazionale avviato con successo però – spiega Pierino Di Silverio, segretario di Anaao Assomed – oggi si rischia di vanificare tutto”. Infatti, nel 2025, per ogni 100 medici assunti a tempo indeterminato, ben 43 si sono dimessi e 77 sono usciti dal sistema ospedaliero pubblico, tra pensionamenti e altri motivi.

Non meno preoccupante la situazione dei medici di base. Secondo il rapporto “Profilo della Sanità 2025: Italia” stilato dall’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), mancano quasi 6000 professionisti del settore. Esattamento si stima che, a livello nazionale, manchino tra i 2.910 e i 5.897 medici di base, un deficit compreso tra l’8% e il 16% in base al parametro di riferimento utilizzato, che può essere il limite massimo contrattuale o un rapporto di 1.350 pazienti per medico. Il risultato del declino della medicina generale è un aumento dei volumi di lavoro per i professionisti in attività. Nel 2023, infatti, quasi il 52% dei medici di base aveva oltre 1.500 pazienti, il carico limite previsto dal contratto collettivo nazionale.

Vale la pena anche riflettere su un dato: nel 2023 in Italia erano operativi 5,4 medici per ogni mille abitanti, oltre il 25% in più della media dell’Unione europea. Uno dei più alti registrati a livello comunitario. Ma, nonostante nell’ultimo decennio la densità complessiva dei medici sia cresciuta di oltre l’1% all’anno, nello stesso periodo quella dei medici di famiglia è diminuita di circa il 13 per cento. Non tutto il Paese è però interessato dalla stessa scarsità di camici bianchi. Tra le regioni in cui il deficit è più marcato figurano Lombardia e Veneto, dove – secondo lo studio – occorrerebbe un aumento percentuale della forza lavoro necessaria per raggiungere un rapporto di 1.350 pazienti per medico di base rispettivamente del 29% e del 23%.

La sintesi è presto fatta e riguarda la funzione stessa del Servizio sanitario nazionale. Non è solo una questione di risorse (perché i fondi a disposizione sono costantemente cresciuti negli ultimi anni, anche in maniera significativa), quanto piuttosto di organizzare meglio l’intera filiera. Aver chiuso centinaia di “piccoli” ospedali (fenomeno che ha interessato l’Italia intera), ha sicuramente ridotto le spese, ma di contro ha determinato un inevitabile sovraccarico sulle strutture rimaste aperte con un altrettanto inevitabile impoverimento (anche sociale) delle prestazioni offerte. Su questi aspetti bisogna lavorare con serietà: nessuno ha la bacchetta magica e i problemi non si risolvono con proclami e promesse. Servono programmazione e interventi talvolta anche a costo zero (o comunque limitato), ma serve soprattutto la volontà di non depaurare un enorme patrimonio di competenze e professionalità.

Buona domenica.

Lascia un commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi