Qualche anno fa (inutile specificare quanti…) in uno dei tanti corsi dedicati alla comunicazione e al giornalismo tenuti dal sottoscritto nelle scuole superiori, si manifestò in maniera crescente e preoccupante la costatazione che in molti casi la conoscenza delle regole basilari della lingua italiana era diventata poco più che un optional. Negli elaborati preparati dagli studenti, erano presenti continui e anche banali errori di grammatica e di sintassi che decisamente poco si addicevano a chi frequentava istituti di un certo livello. E da allora, come una sorta di test di ingresso, il primo giorno di lezione agli alunni fu proposto di scrivere in forma anonima su un bigliettino l’espressione “ce n’è”. Era una classe di quinto liceo scientifico, dunque composta da maggiorenni (o quasi) che di lì a qualche mese avrebbero affrontato l’esame di maturità.
Gli sguardi attoniti dicevano molto più delle parole: “Ma questo che vuole?”. “Ma che si è messo in testa?”. “Ma noi siamo qui per fare altro…”. Rimostranze e lamentele non espresse formalmente, ma manifestate attraverso un inequivocabile linguaggio del corpo. Come che sia, la prova fu affrontata da tutti, accompagnata da qualche malcelato sorrisetto di accondiscendenza, quasi di compatimento. Il risultato fu, almeno per scrive, sconvolgente: su 19 soltanto 9 studenti scrissero correttamente quelle paroline. Il resto utilizzò le forme più fantasiose e sgrammaticate (da “c’è n’è” a “c’e nè” e anche “ce ne è”, tanto per evitare problemi) fino alla più strana: “cené”, come se fosse il passato remoto di chissà quale verbo.

Massimo Birattari
La sintesi è presto fatta: il grado complessivo di preparazione di quella classe lasciava piuttosto a desiderava, come confermarono anche gli insegnanti che si occupavano quotidianamente della preparazione e dell’educazione di quei giovani. E l’impressione è che la situazione nel corso del tempo non sia affatto migliorata, anzi… E proprio di questo si occupa Massimo Birattari in “101 errori di italiano che non farai mai più”, edito da Ponte alle Grazie, in cui l’autore si sofferma sulle sviste di lingua più comuni, spiegando anche da dove nascono.
Il problema principale riguarda l’uso (e l’abuso) della scrittura sui mezzi digitali, in primis il cellulare, e della velocità con cui si digita sulla tastiera. Ci si fida non tanto delle proprie capacità grammaticali o sintattiche, quanto dell’intervento costante del correttore automatico che dovrebbe sanare imprecisioni ed errori. Condizionale d’obbligo perché in realtà talvolta la toppa è peggio del buco. Tanto per rimanere all’espressione iniziale, se si scrive “ce n’è” il supporto informatico corregge in “c’è n’è” e la frittata è fatta. Quindi un’espressione corretta diventa un errore.
Ma nel manuale si va oltre citando una serie di termini usati impropriamente: ad esempio, scambiare mitomane con megalomane, o dimissione da un ospedale con le dimissioni dal posto di lavoro. E ancora fobia con mania, “flotte” – invece che frotte – di giovani, accessi di rabbia che si trasformano in “eccessi” e adire le vie legali che improvvisamente guadagna una preposizione. “Questi errori esistono, sono presi da testi scritti, dai giornali, dalle scuole e dai social – spiega Massimo Birattari, traduttore, autore di romanzi didattici per ragazzi e di un manuale di grammatica per il biennio delle superiori -. Ho cercato di usare gli errori per far vedere come funziona la lingua. Padroneggiare la grammatica significa disporre degli strumenti più adatti per comunicare”.
E ci sono altre perle diventate virali sugli immancabili social: “Non appotuto fare i compiti” è l’ineffabile giustificazione di un genitore abbisognoso di urgenti ripetizioni a livello di scuola elementare. Sempre più comuni sono poi frasi come “lo telefono”, “sparare qualcuno”, “scendere i cani”, “tuttapposto”… Si tratta di gravi lesioni della lingua italiana (da matita blu, insomma) che non hanno alcuna giustificazione, se non l’ignoranza profonda di chi le usa e le scrive pure. Si tende a dare la colpa all’IA che invece c’entra poco: “In base alla mia esperienza – sottolinea l’autore – so che l’intelligenza artificiale mediamente scrive bene, quindi non fa errori, di solito. Però, non è bravissima a spiegare la grammatica. Il vocabolario invece è uno strumento estremamente raffinato, ma bisogna sapere come maneggiarlo”.
Come se ne esce? Con una ricetta molto semplice: lavorare duramente durante l’intero ciclo della scuola dell’obbligo sulle regole della grammatica e della sintassi, sull’uso del congiuntivo (che non è una malattia degli occhi) ormai quasi sparito, sulla consecutio temporum, sulla necessità di usare termini appropriati, evitando di utilizzare sempre le stesse parole (e dunque sinonimi e contrari). Ciò che si faceva una volta e che oggi si fa molto meno. Magari assegnando anche qualche brutto voto o giudizio negativo, a costo di scatenare le reazioni furibonde di genitori senza nerbo, armati solo di narcisismo verso i propri pargoletti. E’ un compito che spetta certamente alle istituzioni scolastiche, ma senza l’appoggio e l’aiuto delle famiglie non si andrà mai molto lontano.
Buona domenica.

Lascia un commento