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L’immancabile tombola e le solite tavolate

di | 2019-12-22T06:56:00+01:00 22-12-2019 6:40|Attualità, Sezione9|0 Commenti

MILANO – Quante volte è cambiato, il mio Natale. Tante volte quanti giri ha fatto la mia vita, certamente. Il più bello, quello che ancora oggi mi scalda il cuore, è quello che trascorrevo a Penne, mio paese natio, arroccato su una delle più belle colline abruzzesi tra il mare e i monti, racchiuso tra borghi antichi pieni di storia. La tradizione voleva che alla Vigilia di Natale ci si ritrovasse tutti dalla zia Antonietta, sorella di mamma, per aspettare la nascita del Bambin Gesù mangiando, giocando a tombola o a Mercante in fiera, cantando e chiacchierando. Arrivavano parenti e amici da tutta Italia: Milano, Roma, Napoli, Ancona…. Tutti uniti intorno al focolare, distribuiti lungo tavolate di legno che occupavano il grande soggiorno ed il vicino salone.

I più erano stati invitati a giocare, i più intimi al cenone della vigilia col tradizionale capitone. Si cominciava presto il desinare per poi sparecchiare alla svelta e preparare l’occorrente per la solenne tombolata rallegrata da bambini vocianti, anziani un po’ sordi e mamme ciarliere. Zio Guido era l’addetto al caffè e alla distribuzione di vassoi colmi di dolci: i famosi cacionetti ai ceci e alla marmellata con un pizzico di cacao e cannella, i bocconotti alla marmellata d’uva e le sfogliatelle piene di zucchero a velo con dentro marmellata e cacao, torrone Nurzia, morbido al cioccolato. Il panettone arrivava alla fine, con lo spumante, poco prima della mezzanotte. Ora solenne in cui al suono delle campane si cantava felici: “È nato, è nato Gesù!”. E lì cominciavano baci e abbracci, telefonate da chi non ci aveva potuto raggiungere, suono di campanello dell’ultimo arrivato.

Poi, ci si assembrava tutti intorno all’albero di Natale gigantesco, o almeno così mi pareva che fosse, che troneggiava all’ingresso, vicino al presepe illuminato, dove la zia andava a deporre il Bambinello nella mangiatoia. Era il momento dei regali. Tutti gli invitati avevano deposto i propri pacchetti finemente incartati e infiocchettati ai piedi dell’abete ed ora la padrona di casa li avrebbe presi uno ad uno chiamando il nome del destinatario, consegnando con un sorriso il dono. Ricordo ancora la forte emozione dell’attesa che poteva essere anche piuttosto lunga, visto il numero di ospiti. Di sicuro almeno un pacchetto c’era per tutti. Obbligatorio aprirlo e mostrarlo agli altri con gioia e soddisfazione per poi tornare tutti a giocare fino a tarda notte.

Il cardone abruzzese

Il mattino dopo, giorno di Natale, si indossava il vestito della festa e si andava a Messa. In quell’occasione anche mio nonno Antonio, contadino e apicoltore, si vestiva elegante per l’occasione e veniva in chiesa con la mia famiglia. Il pranzo di Natale lo consumavo dai nonni paterni a Loreto Aprutino, a soli sette chilometri da Penne, in una bella casa al centro del paese. Tutto iniziava col tradizionale cardone, minestra con brodo di carne, cardo pulito e lessato arricchito da uova sbattute con tanto formaggio, polpettine di carne e fegatini di pollo. A questo seguiva l’arrosto con le patate e per finire la mitica “pizza dolce” fatta di pan di spagna, inzuppata con un liquore rosso chiamato Alchermes e ripiena di uno strato di crema ed uno di cioccolato. Con il brindisi augurale finiva il pranzo e cominciava la cosa più noiosa e laboriosa: rigovernare la cucina, lavare pentole di rame ed alluminio fino al tardo pomeriggio. E questo era compito mio e di mia sorella con il contributo della mamma.

Il parrozzo, dolce tipico del Natale in Abruzzo

Dopo una bella passeggiata in piazza con papà si tornava a Penne dalla zia per giocare di nuovo fino a sera, con gente che andava e veniva, tutti con la pancia piena e la risata pronta. Intanto zio Guido che durante tutta la giornata aveva dato il suo contributo in cucina, tra una tombola e l’altra, si assopiva sulle cartelle da gioco e la zia subito lo richiamava all’ordine invitandolo a preparare un buon caffè accompagnato da nuovi dolci come i parrozzini di pasta di mandorle ricoperti al cioccolato. E fino a mezzanotte col fuoco scoppiettante, noci, mandarini, mandorle, datteri e fichi secchi si andava avanti a giocare tutti insieme in un atmosfera di grande allegria che successivamente non ho mai più ritrovato.

Per me questo è stato negli anni il Natale più bello in assoluto, quello che ha accompagnato la mia infanzia e la mia adolescenza. Ringrazio chi, con amore e dedizione, è riuscito a mantenere le tradizioni e a tenere unite famiglie intere, vicine e lontane: i miei zii, i miei nonni ed i miei genitori.

Margherita Bonfilio

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