ROMA – C’è qualcosa di non casuale nel fatto che la mostra più ambiziosa dell’estate romana si tenga alla Galleria Borghese. Metamorfosi. Ovidio e le arti — inaugurata il 23 giugno 2026, prorogata fino all’11 ottobre per il successo di pubblico e critica — non è semplicemente ospitata in quel luogo: ne è il prolungamento naturale. Il cardinale Scipione Borghese, quando commissionò la costruzione del Casino nobile all’inizio del Seicento, concepì l’intero edificio come un dispositivo culturale in cui mito, arte e autorappresentazione si intrecciassero in un sistema coerente di significati. Le Metamorfosi di Ovidio erano parte di quell’immaginario fin dall’origine. Portare oggi il poema al centro di una grande mostra in quegli stessi spazi non è un gesto di archeologia culturale: è una continuazione. 
Il progetto nasce dalla collaborazione tra la Galleria Borghese e il Rijksmuseum di Amsterdam, e porta la firma curatoriale di Francesca Cappelletti — direttrice della Borghese — e di Frits Scholten. Dopo la tappa olandese, chiusa il 25 maggio, la mostra è arrivata a Roma in una configurazione autonoma e originale: oltre ottanta opere provenienti da musei europei e americani, allestite da Hubert Le Gall e accompagnate da un catalogo trilingue con progetto grafico di Irma Boom. Un’operazione di sistema, non un evento improvvisato: il tipo di progetto che richiede anni di dialogo scientifico tra istituzioni e che raramente trova le condizioni per realizzarsi. Il punto di partenza è il poema stesso.
Le Metamorfosi di Ovidio — scritte tra il primo avanti Cristo e il primo dopo Cristo, mai terminate per la morte in esilio dell’autore — sono forse il testo antico che più ha influenzato l’arte occidentale. Quindici libri, duecentoquarantanove miti, un’unica idea regolatrice: tutto cambia, niente si distrugge, la forma è sempre transitoria. Dèi che diventano animali, uomini che diventano pietre, amori che si trasformano in fiori, dolori che diventano acque. Non è mitologia decorativa: è una visione del mondo in cui il confine tra umano, naturale e divino è permeabile per definizione, e in cui il cambiamento non è un’eccezione ma la condizione normale dell’esistenza. È questa radicalità filosofica — più che la bellezza delle storie singole — a spiegare perché artisti di ogni epoca abbiano continuato a tornare su quel testo.
La mostra organizza il materiale intorno a temi trasversali — l’amore, il cosso, la creazione del mondo, la morte e il ritorno — piuttosto che in sequenza cronologica. I grandi nomi ci sono: Correggio, Michelangelo, Tiziano, fino a Gérôme e Rodin. Ma il percorso include anche una sezione dedicata all’Ovide moralisé, la riscrittura medievale del poema che tradusse i miti pagani in allegorie cristiane e che condizionò profondamente la rappresentazione rinascimentale della mitologia. È un elemento spesso trascurato nelle mostre dedicate a Ovidio, e la sua presenza segnala una serietà storiografica che va al di là della selezione dei capolavori più noti.
Dal 15 settembre, la mostra si arricchisce di una dimensione contemporanea: nell’Uccelliera della Galleria — spazio storico affacciato sui giardini — viene installata All That Changes You. Metamorphosis, una videoinstallazione dell’artista e regista britannico Isaac Julien, a cura di Lorenzo Giusti. L’opera, ispirata al ciclo di affreschi di Giulio Romano per Palazzo Te a Mantova, porta il linguaggio immersivo del cinema nel dialogo con la tradizione pittorica. Non è un’aggiunta laterale: è una scelta curatoriale precisa, che afferma la vitalità del tema ovidiano al di là del perimetro storico. Il poema che parla di trasformazione viene tradotto, a sua volta, in un formato che trasforma lo spazio e il modo in cui si guarda. 
Nei giardini della villa, il 28, 29 e 30 settembre, la mostra si estende ulteriormente con Le Metamorfosi, una performance immersiva site-specific ideata e diretta da Giuliano Peparini e prodotta dall’INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico). Il giardino retrostante la palazzina si trasforma in teatro a cielo aperto. È un’espansione che coerentemente porta il principio della mostra fuori dalle sale: se tutto si trasforma, anche lo spazio espositivo deve trasformarsi. Non mancano le voci critiche. Artribune ha sollevato riserve sull’allestimento di Hubert Le Gall, definito in alcuni punti invasivo rispetto alle opere della collezione permanente, con dialoghi tra epoche non sempre riusciti e un rischio di prevalenza della cornice sul contenuto. Sono obiezioni legittime, che toccano un problema reale delle grandi mostre nei musei storici: l’allestimento spettacolare può servire l’opera o sostituirla, e la linea è sottile.
Vale la pena visitare la mostra con questo consapevolezza, guardando le opere prima dell’allestimento — e lasciando che siano le prime a parlare. Quello che rimane, al di là di ogni riserva specifica, è la pertinenza del tema. In un momento in cui la domanda su cosa significhi cambiare — di forma, di identità, di condizione — è centrale nel dibattito culturale e politico, Ovidio offre qualcosa che nessuna teoria contemporanea riesce a dare con la stessa completezza: una visione del mondo in cui il mutamento non è catastrofe né progresso, ma la natura stessa delle cose. Tutto si trasforma. E la trasformazione, nel poema, non è mai solo perdita: contiene sempre la possibilità di qualcosa di nuovo. È un messaggio che duemila anni non hanno reso meno necessario.
Ivana Tuzi

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