VITERBO – Fino a poco tempo fa, davanti ad una fotografia sorprendente ci chiedevamo dove fosse stata scattata. Oggi la prima domanda è: è vera? Lo stesso dubbio accompagna video, voci e pubblicità. L’intelligenza artificiale generativa non ha soltanto facilitato i contenuti falsi: ha reso sospetti quelli autentici. Per anni abbiamo chiesto prove per smascherare le bugie. Ora è la realtà a dover esibire i documenti, possibilmente in triplice copia. 
Perché non distinguiamo più il vero dal falso La qualità dei contenuti generati dall’AI cresce più velocemente della nostra capacità di riconoscerli. Uno studio del 2025, ripreso da Communications of the ACM (rivista scientifico/accademica), ha rilevato che le persone distinguono un contenuto prodotto dall’intelligenza artificiale da uno umano nel 51% dei casi. Poco più di un lancio della monetina. Un’altra ricerca sulle immagini create dall’AI ha mostrato che quelle artificiali vengono spesso classificate come umane. Gli indizi abituali, mani con troppe dita, scritte senza senso, sguardi innaturali, stanno scomparendo. L’AI, evidentemente, ha imparato l’anatomia prima di molti illustratori improvvisati. Il problema non riguarda solo chi crede ad un falso, ma anche chi non crede più al vero. Una registrazione scomoda può essere liquidata come deepfake, una fotografia autentica contestata, una testimonianza indebolita dal solito “ormai si può creare tutto”. Non occorre provare che un fatto sia falso: può bastare insinuarlo.
Deepfake e crisi della fiducia online Nel settembre 2026 il Guardian ha raccontato il caso di Emily Schuman, creatrice del blog Cupcakes and Cashmere, apparsa a sua insaputa in pubblicità ricavate da vecchie foto pubblicate su Instagram. Il suo volto è stato usato per promuovere farmaci, cosmetici e servizi mai autorizzati. I deepfake non rubano soltanto un’identità: consumano la credibilità della persona imitata. Il Digital News Report 2026 del Reuters Institute fotografa una fiducia fragile: il 32% degli intervistati si fida delle notizie trovate nei motori di ricerca, il 22% di quelle viste sui social media e appena il 20% delle informazioni fornite dai chatbot basati sull’AI. Il contenitore condiziona il giudizio prima ancora del contenuto.
Come verificare un contenuto digitale Non possiamo affidarci soltanto al nostro occhio. Controllare la fonte originale, cercare conferme indipendenti, verificare data e contesto restano passaggi essenziali. Servono strumenti capaci di documentare la provenienza dei file. La C2PA, coalizione internazionale di aziende tecnologiche e media, ha sviluppato le Content Credentials: informazioni che ricostruiscono origine e modifiche dei file. Una sorta di etichetta degli ingredienti per i contenuti digitali. Non garantiscono che un’immagine dica la verità, ma aiutano a capire chi l’ha creata e come è stata trasformata.
Il nuovo valore dell’autenticità Una fotografia poco levigata, una voce esitante o un testo con un punto di vista riconoscibile possono riacquistare valore. Non perché l’AI non sappia simulare l’imperfezione, ma perché la fiducia nasce dalla continuità: una storia coerente, una fonte identificabile, una persona che risponde di ciò che pubblica. La sfida non sarà sospettare di tutto. Vivere sempre in modalità detective sarebbe estenuante e nessuno vuole interrogare il video di un gatto prima di mettere un like. Dovremo verificare ciò che conta senza rinunciare alla possibilità di credere. In questo tempo, la verità ha bisogno di contesto, provenienza e responsabilità. Il rischio non è solo che il falso assomigli al vero, è che, incontrando falsi credibili, finiamo per considerare incredibile qualunque verità.
Alessia Latini

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