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Ciusa Romagna, il pittore dei cambiamenti della società

di | 2020-04-24T20:35:58+02:00 26-4-2020 6:20|Arte, Sezione 5|0 Commenti

NUORO – Giovanni Ciusa Romagna nacque a Nuoro il 20 febbraio del 1907 e morì nel suo paese natale il 15 dicembre del 1958. Fu pittore, disegnatore, maestro di design, allora conosciuto come arte applicata. Ciusa Romagna si ricorda anche perché fu attivo nel dibattito culturale sardo durante gli anni ’20, dipinse donne e paesaggi della sua terra, ma anche i cambiamenti della società. Fu fratello di Mario, intellettuale nuorese nato due anni dopo di lui e trapiantato a Cagliari negli anni ’50. Con lui si recò a Firenze, dove conobbero la cultura dei primi decenni del ‘900, cosa che influenzò fortemente la loro formazione. Giovanni studiò all’Accademia di Belle Arti, mentre Mario si iscrisse in Lettere. All’Accademia il suo maestro fu il pittore torinese Felice Carena col quale studiò i grandi artisti del Rinascimento e seguì i corsi della Scuola Libera del Nudo.

Nel 1925 tornò in Sardegna e iniziò ad animare il dibattito culturale isolano, esponendo con assiduità e partecipando a importanti rassegne. Nel 1933 vinse il Premio dei Giovani alla IV Mostra Sindacale Regionale di Cagliari con tre splendide opere d’arte: i ritratti Fanciulla con boccale e Donna con frutta, e soprattutto la grande Processione che, con la statua di San Sebastiano tagliata violentemente nella sua parte superiore, e lo sguardo arcigno e per certi versi terrificante di uno dei confratelli in processione rivolto verso lo spettatore per osservarlo con inquietanti occhi felini di due colori, mostrava l’originalità di impostazione, la sicurezza nella composizione e nelle scelte cromatiche, nonché le doti dell’artista allora poco più che ventenne.

Durante la sua vita Ciusa Romagna osservò con grande attenzione donne e uomini intenti a svolgere le attività quotidiane, gli animali e i paesaggi caratteristici dell’isola, quelli mossi e battuti dal vento di maestrale, quelli dell’amata tradizione agro-pastorale, quelli del duro lavoro della terra e della vita di miniera, ma si appassionerà anche nella resa della natura morta. In questo, in una Sardegna ancora arcaica, sarà pioniere e innovatore. Si interessò alla tematica del realismo sociale, come testimoniano le opere che realizzò dopo il suo soggiorno nella regione sarda del Sulcis dove ebbe modo di osservare e condividere la vita dei minatori isolani. Sul posto, calato alla stregua degli affaticati lavoratori sardi, Ciusa Romagna osservò il lavoro dei minatori: quello degli operai in tuta ed elmetto, sporchi di carbone, così come il paesaggio del Porto di Sant’Antioco, nel 1955, con le sue macchine industriali, che lo allontaneranno per sempre dal contesto familiare dell’agro barbaricino, con le sue case e i suoi monumenti religiosi immersi nella luce, protagonista di opere degli anni Trenta o dall’ambiente pastorale o contadino per mezzo del quale l’arte sarda del primo Novecento aveva caratterizzato il popolo della Sardegna.

Ciusa Romagna fu un abile disegnatore e il suo tratto fu sempre abbastanza distinguibile nel panorama artistico isolano. Fu illustratore per “Il Giornale d’Italia”, dal 1935 al 1940, e produsse alcune importanti copertine per Cosima, romanzo postumo di Grazia Deledda pubblicato nel 1937, o per l’antologia poetica “Vita Poesia di Sardegna” di Remo Branca e Francesco Pala (1937), opera dai contenuti che la tennero lontana dall´ideologia dominante dell´epoca e ne fecero un documento rilevante di quel sardismo o, meglio, di quell´idea della sardità che rendeva la nostra terra allora, come tutt’oggi, diversa dal contesto nazionale, cui pure appartiene. Nel secondo dopoguerra, sebbene purtroppo i suoi grandi cartoni decorativi per la Gioventù Italiana del Littorio di Nuoro erano andati perduti, Ciusa Romagna partecipò alla rinascita delle manifatture sarde promossa da Eugenio Tavolara e Ubaldo Badas. Curò il design di maschere, scialli, tappeti, gioielli e fazzoletti. I suoi disegni vennero così, con grande maestria, tradotti dall’intaglio, dalla tessitura e dal ricamo delle maestranze locali della Barbagia, nell’ambito delle attività incentivate dapprima dal piano di rinascita dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea e poi dall’ISOLA, l’Istituto Sardo Organizzazione Lavoro Artigiano.

Tra il 1925 e il 1929 insegnò nella Scuola di Arti Applicate di Oristano diretta dallo zio Francesco Ciusa e nel 1930 fondò a Nuoro la Scuola Bottega Artigiana, mentre per diversi anni si dedicò anche all’insegnamento di Disegno e Storia dell’Arte all’Istituto Magistrale cittadino di cui sarà anche preside dal 1948. Ciusa Romagna nel 1951 fu tra i promotori e gli organizzatori della Prima Mostra dell’Artigianato Sardo, ma nel corso degli anni ’40 e ’50 la sua versatilità si espresse largamente anche nella produzione di opere pubbliche. Sebbene non si fosse mai laureato in architettura, diede un nuovo volto a Nuoro occupandosi dei restauri della Chiesa della Solitudine, in vista del rientro nella sua cittadina natale della salma di Grazia Deledda, che lì sarebbe stata deposta nel 1959, di Casa Devoto e di Piazza Vittorio Emanuele II. Nel 1953 sbalordì tutti con la realizzazione di una Via Crucis per la Cattedrale di Santa Maria della Neve in coppia con il pittore Carmelo Floris, dopo aver collaborato nel 1926 con l’amico di Olzai, come lui insegnante nella Scuola d’Arte di Oristano, alla decorazione di una cappella della parrocchiale di Seneghe.

Giovanni Ciusa Romagna fu una personalità versatile e poliedrica disposta a misurarsi sempre con nuove esperienze. Amante del carboncino e della sanguigna, autodidatta pieno di talento, nutrito da studi e interessi, soprattutto verso la pittura toscana dei grandi artisti del ‘400 e del ‘500, che definirà in lui solidi principi disegnativi e sobrietà di colore. Forse meno conosciuto o meno ricordato dello zio, ma non certo privo di quelle qualità di artista che gli hanno permesso di essere conosciuto ed apprezzato nell’isola e al di fuori della sua amata Sardegna.

Virginia Mariane

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