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I tabu dell’umanità e i limiti oltrepassati

di | 2024-03-31T10:40:24+02:00 31-3-2024 5:35|Cultura, Sezione 8|0 Commenti

MILANO – Il termine tabu, di derivazione polinesiana, indica in Etnologia ed in Storia delle Religioni un’interdizione o un divieto sacrale; mediato successivamente in ambito psicanalitico (Sigmund Freud, “Totem und Tabu”, 1912), identifica ogni atto proibito, oggetto intoccabile o pensiero non ammissibile dalla coscienza. Coincide, in definitiva, con il senso del proibito non circoscritto ed imposto dal rigore delle leggi, ma quale espressione della responsabilità interiore e del senso morale di ognuno. Scelta che dovrebbe indurre a rifiutare e non commettere quello che i Latini definivano nefas, parola di resa non immediata in italiano, che indicava tutto ciò che è illecito, ingiusto, delittuoso, sacrilego in contrapposizione a ciò che era considerato fas (lecito).

Tra le chiavi di lettura di molteplici miti arcaici, anche afferenti a culture diverse, si può ricorrere sicuramente a quella psicoanalitica; parimenti è possibile farlo per la tragedia classica greca che poneva in primo piano il dilemma interiore dell’eroico protagonista e metteva in scena storie che stigmatizzavano azioni riconducibili a tabu eterni quanto l’umanità. Attraverso le vicende di personaggi quali Tieste, Edipo, Medea, Oreste, Antigone le opere dei grandi tragediografi condannavano il cannibalismo, l’incesto, l’infanticidio, il matricidio/parricidio, l’oltraggio agli onori funebri. La catarsi, tramite la visione scenica, allontanava così gli spettatori da questi atti, da tutti ritenuti nefandi.

Oggi in tanti si vantano con atteggiamento di sfida di aver “sdoganato” molti divieti e di aver reso così la società più libera, incorrendo nell’illusorio equivoco che la libertà consista nel poter dire, fare, pensare tutto ciò che si voglia. Ne deriva la perdita di ogni senso del limite in molte scelte attuali: dall’accumulo continuo della ricchezza allo sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta, dal dominio della tecnica sull’essere umano alla violenza efferata e spesso gratuita da parte di singoli o di Stati, viste le innumerevoli zone del pianeta devastate dalla follia di guerre talvolta dimenticate o ignorate, in altri casi sbandierate e giustificate da mistificatorie propagande. Aristotele nel V libro della Metafisica lo definisce “termine estremo, forma, fine, sostanza ed essenza di ciascuna cosa”, evidenziando quanto il pensiero classico lo ritenesse al contrario basilare. Basterebbe pertanto, senza scomodare grandi filosofi, riflettere su quanto il senso del limite sia importante in ogni azione umana e su quanto i “no” motivati possano essere molto più proficui rispetto a facili e più ben accetti “sì”.

E se è pur vero che i confini della potenzialità della persona siano determinati dal contesto storico – politico, dalle istituzioni sociali, dalla tecnologia e dalle ideologie, tuttavia questo non deve impedire di considerare quanto sia importante una scelta personale autonoma e responsabile. Si pensi soltanto agli innumerevoli problemi provocati in campo educativo dalla cosiddetta “cultura dell’omogeneizzato”, basata sulla progettualità di voler sempre prospettare un percorso privo di ogni asperità e – per così dire – di facile assimilazione. Nessun impegno personale, nessuna sconfitta, ma solo una realtà edulcorata, senza alcun divieto o regola da seguire, al punto che infrangere perfino ciò che è giustamente proibito riesce a dare un senso di onnipotenza. Aspetti problematici che sono concausa di diffuse fragilità e non solo adolescenziali, ulteriormente aggravati dai caratteri della comunicazione globalizzata.

Il Teatro di Delfi

È cronaca degli ultimi giorni l’affermazione di Trump, ma se ne potrebbero citare tante altre simili per pari gravità anche in contesti nostrani, che riconosce a Hitler il merito di aver compiuto delle buone azioni (“Hitler did some good things”). Va da sé che in ogni democrazia, ben agli antipodi quindi di qualsivoglia regime, tutti possano dire quello che pensano; ma è altrettanto innegabile che le parole hanno un peso diverso in relazione al ruolo che si riveste e di conseguenza alla potenzialità della propria influenza. L’onestà intellettuale e la correttezza nell’agire e nel comunicare devono essere elementi irrinunciabili ed abdicare a qualsiasi remora etica, a qualsiasi tabu è sicuramente un ulteriore segnale dell’attuale crisi in ogni sfera dell’agire umano.

È giunto forse il momento in cui dovremmo cominciare a preoccuparci; proprio come fa lo sceriffo Ed Tom Bell personaggio cardine del romanzo dello scrittore americano Cormac Mc Carthy “Non è un paese per vecchi” (2017), ambientato nel Texas degli anni ’80 ai confini dei desertici territori messicani, spesso scenario di regolamenti di conti ad opera di spregiudicati trafficanti di eroina. Bell, durante la sua vita è stato un garante dell’ordine e della giustizia ed ora, ad un passo dal pensionamento, prova sgomento ed impotenza di fronte al dilagare della violenza ed avverte l’inadeguatezza del suo ruolo in relazione ai cambiamenti sopraggiunti tanto da affermare con un paradosso: “Cose dell’altro mondo, penso che quando non si dice più «grazie» e «per favore» la fine sia vicina”.

Adele Reale

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