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Su Carrasecare, il carnevale nel cuore della Sardegna

di | 2020-02-14T12:54:25+01:00 16-2-2020 6:25|Attualità, Cultura, Sezione 6|0 Commenti

NUORO –  Il Carnevale è una ricorrenza che si festeggia in quasi tutto il mondo. Grandi e piccini aspettano con ansia questo appuntamento che, ogni anno, nella nostra amata Sardegna, si ripresenta sempre più ricco e caratteristico. Come ai tempi degli antichi romani, durante la festa dei Saturnali, o dei greci durante le feste dionisiache, tutto è lecito e ci si lascia andare al gioco, al riso e all’ebbrezza. Così, in tempo di Carnevale, si dimenticano tutte le preoccupazioni quotidiane, sostituite dal divertimento e dalla compagnia. E’ un periodo di sconvolgimento della routine, di sospensione delle responsabilità, di risate e goliardate di ogni tipo.

Il Maimone del carnevale di Samugheo

Il termine Carrasecare letteralmente significa “carne da tagliare”. Questo il significato della parola sarda usata per indicare la festa. Carne umana e non carne animale, perché il sostantivo che si usa per la carne delle bestie è diverso: “pezza”. Secondo le più accreditate interpretazioni, la parola Carnevale deriverebbe dal latino “carnem levare” infatti, eliminare la carne, poiché indica il pranzo che si consuma l’ultimo giorno di Carnevale, il Martedì grasso, subito prima del periodo di astinenza e digiuno della Quaresima. L’origine del Carnevale si perde nel tempo. In Sardegna sacro e profano si fondono. Secondo alcuni autori la sua origine andrebbe ricercata in lontani culti dionisiaci in cui la vittima veniva sacrificata per riportare fertilità e abbondanza alla terra e ai suoi abitanti. La morte e il sacrificio diventano così presupposti di rinascita e di salvezza. Rispetto al carnevale che si festeggia nelle zone di Cagliari, Oristano, Bosa o Tempio, quello barbaricino, quello delle zone dell’interno, assume toni foschi, lugubri, appesantiti dai suoni e dai movimenti delle sue maschere. A volte più che un momento di festa pare quasi un Carnevale funesto, luttuoso, sofferente.

La data d’inizio del Carnevale sardo è il 17 gennaio, giorno in cui si festeggia Sant’Antonio, e si dà il via alla festa accendendo grandi fuochi. Tra le maschere più note ricordiamo “Mamuthones” e “Issohadores”, protagonisti indiscussi non solo del carnevale di Mamoiada ma di tutta la Sardegna. Queste maschere si muovono in gruppo. I Mamuthones sono dodici. Sono maschere mute vestite di pelli di animale, con una soma costituita da campanacci da bue sulla schiena e sonagli più piccoli al collo. Il loro viso è coperto da una visiera, perché è indispensabile che la loro identità rimanga nascosta. Sopra il berretto portano un fazzoletto femminile e “la mastruca” al contrario, una veste di pelle caprina, senza maniche, lunga fin quasi alle ginocchia, portata anticamente dai pastori sardi. La loro danza ricorda un lento arrancare zoppicando: un passo a destra e uno a sinistra, un altro a destra un altro a sinistra, fino a compiere tre veloci saltelli su se stessi mentre agitano i campanacci.

La Sa Filonzana

Gli Issohadores sono otto. Girano per le strade muniti di una “soha”, ossia una fune di giunco. Il loro abbigliamento è costituito da un corpetto rosso messo al rovescio, forse in segno di lutto, e si muovono tra la folla cercando di catturare qualcuno con il laccio. Creano scompiglio e tra urla e schiamazzi la gente corre cercando di sfuggire al loro lazzo. A Orotelli troviamo i “Thurpos” i “ciechi”. Essi vestono lunghi abiti di orbace con il cappuccio a punta calato sul viso e una corona di campanacci sul petto. Accompagnati dai “Boes” sono tenuti a bada da su “Voinarzu”, che cerca di soggiogarli con la sua forza. Durante le sfilate i Thurpos catturano gli spettatori che sono costretti a correre o a saltare con loro, finché, poi, non viene loro offerto da bere. “Boes” e “Merdules” caratterizzano su Carrasecare di Ottana. Entrambi i personaggi sono vestiti con pelli non conciate. I Boes indossano maschere animalesche con corna, su cui sono incisi simboli di buon auspicio (come la stella sulla fronte), le maschere dei Merdules, seppur antropomorfe, presentano espressioni facciali poco umane. La maschera della “Filonzana” è una maschera femminile indossata da un uomo. Di solito sfila nei cortei minacciando di tagliare il filo legato a una conocchia. Una sorta di Moira sarda che personifica Atropo, la terribile divinità in grado di spezzare il “filo della vita” dei mortali.

Sos Thurpos

Nel paese di Gavoi il Carnevale è rappresentato da un corteo di persone vestite con abiti di velluto nero. Sono “sos tumbarinos” che agitano tamburi, organetti, triangoli per creare un frastuono che si pensa serva a scacciare via il male e la negatività. A Fonni e a Samugheo a Carnevale escono per strada le misteriose figure de “s’Urzu”. A Samugheo s’Urtzu indossa una testa di caprone con lunghe corna, una pelle di caprone nero e un fazzoletto nero da donna per coprire il capo. Viene sottomesso dalla figura del domatore, “Su Omadore” e ucciso simbolicamente dai “Mamutzones” che indossano un particolare copricapo di sughero detto “casiddu”. Indossano inoltre una veste di velluto nero su cui ricade una pelle di capra che viene abbellita da campanacci sia davanti che dietro. Si muovono in gruppo, saltellando e mimando combattimenti e danze. Anche s’Urzu di Fonni cerca di sfuggire ai suoi due domatori chiamati “Buttudos”, con arrampicate da brivido su muri e poggioli e corse spericolate.

Un Mamuthones

Anche il centro montano di Lula presenta un Carnevale dove si inscena un complesso rituale di morte e resurrezione che ha come protagonista “su Battileddu”, vittima destinata al sacrificio per propiziare il ritorno della fertilità dei campi attraverso il sangue. Un corteo funebre struggente è quello che segue questa maschera, composto da altri “Battileddos” che piangono, urlano, fanno baciare piccole bambole di pezza agli spettatori. Fantocci vengono pianti e mostrati anche nel Carnevale di Bosa, dove i figuranti chiedono un “sorso di latte” per i piccoli Giolzi abbandonati dalla madre che ha preferito i festeggiamenti carnevaleschi alla responsabilità materna. Ciò che accomuna Lula e Bosa è che anche le maschere di Bosa si stringono in un corteo di lutto, un “attittidu”, ossia un pianto collettivo. Ma il Carnevale sardo non presenta solo maschere legate alla tradizione agro-pastorale dell’isola ma numerosi fantocci che vengono bruciati a fine festeggiamenti: Don Conte a Ovodda, Su Ziomo a Lodine, Giolzi a Bosa, Juvanne Marti Sero a Mamoiada, Zizzarrone a Gavoi e tutti simboleggiano la rigenerazione che passa attraverso la morte. Altre maschere presenti nei paesi dell’interno sono i “Maimones” di Oniferi; i “Bundos” di Orani, con grandi visiere di sughero e il forcone in mano, il cui nome richiama il vento; “Sos Corriolos” e “Sa Maschera ‘e cuaddu” di Neoneli; “ Su Turcu”, “Sa Maritzola”, “Maria Vressada”, “Maria Ishoppa” ,“Sa Mamma e Su Sole”, “Su Caprarju” di Ollolai; la maschera “a gattu” di Sarule, con le gonne del costume al rovescio, un velo nero sul viso, una copertina bianca come copricapo e una fascia rossa in testa; “Sos Murronarzos, Sos Maimones, Sos Intintos” di Olzai; le “mascheras nettas e bruttas” di Lodè. Ma l’elenco potrebbe continuare ancora.

Urthos e Buttudos

E come ogni festività che si rispetti, durante le processioni tra le vie dei paesi in festa, non possono mancare i dolci tipici. I Frisjoli o Zeppole che si presentano come lunghi filamenti di impasto arrotolati su se stessi, fritti nell’olio bollente e serviti caldi cosparsi di zucchero sulla superficie. I Fatti Frissi preparati con lo stesso impasto dei Frisjoli, ma che assomigliano a delle ciambelline. Le Meraviglias, simili alle ricciole, chiacchiere, frappe, con la differenza che nell’impasto viene aggiunto liquore sardo come il Filu ‘e ferro o la Vernaccia oristanese e una volta fritte, vengono servite con miele o zucchero a velo.

Virginia Mariane

Nell’immagine di copertina, Urthos e Buttudos, tradizionali maschere sarde

Amante del buon cibo, di un libro, della storia, dell’archeologia, dei viaggi e della musica

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