//L’Italia ha già esaurito le risorse naturali 2023

L’Italia ha già esaurito le risorse naturali 2023

di | 2023-06-06T01:56:17+02:00 4-6-2023 5:55|Punto e Virgola|0 Commenti

L’immagine più calzante è quella dell’orchestrina che continua a suonare mentre il Titanic affonda. Già, perché il genere umano non riesce a rendersi conto di vivere sull’orlo di un burrone, anzi di aver cominciato già a precipitare verso il baratro. Ci si continua a comportare in maniera sconsiderata e incosciente. Sia a livello personale che, soprattutto, sul piano collettivo. La notizia è più che preoccupante:  il 15 maggio l’Italia ha finito le sue risorse naturali per il 2023. In verità si tratta dello stesso giorno del 2022, quindi non c’è stato peggioramento, ma non è affatto positivo che il nostro Paese vada in debito ecologico ben 230 giorni prima della fine dell’anno.

L’impronta ecologica

Il verdetto è stato emesso dal Global Footprint Network, che ogni anno stima per ciascun Paese il giorno in cui esaurisce le risorse naturali che la Terra ha da offrirgli. Si tratta del cosiddetto Overshoot day, il giorno che indica l’esaurimento ufficiale delle risorse rinnovabili che la Terra è in grado di rigenerare nell’arco di 365 giorni. La data cambia di anno in anno, a seconda della rapidità con cui tali risorse vengono sfruttate. A livello globale, nel 2022 quel giorno fatidico è caduto il 28 luglio: un pessimo record negativo poiché non era mai successo che arrivasse così presto. Tanto per dire, appena cinquant’anni fa, nel 1972, era il 14 dicembre.

Ma le notizie disponibili sull’erosione delle coste, la desertificazione del suolo, la deforestazione e la ridotta produttività dei terreni agricoli non lasciano prevedere un esito migliore per il 2023. Si tratterà probabilmente del 27 luglio: di fatto, a questo ritmo, consumiamo 1,7 pianeti in più di quello che abbiamo a disposizione. Un comportamento dissoluto e irresponsabile che porterà all’auto-distruzione: è solo questione di tempo.

Per calcolare la data, si utilizzano le statistiche raccolte dalle Nazioni Unite nel National Footprint and Biocapacity Accounts in merito a diverse attività come agricoltura, edilizia, produzione di energia, emissioni di gas serra, ma anche gestione di ambienti urbani e foreste. I dati comprendono il periodo che va dal 1961 al 2018 e non includono eventi come la pandemia di Covid-19 o la guerra in Ucraina. Il bilancio ecologico è un semplice rapporto tra domanda e offerta: dal lato dell’offerta c’è la biocapacità, cioè l’insieme di servizi che ci offrono gli ecosistemi terrestri e marini, incluso l’assorbimento dell’anidride carbonica. Dal lato della domanda invece c’è l’impronta ecologica che consiste nella terra biologicamente produttiva richiesta da una data popolazione per supportare le proprie attività quotidiane. Se la domanda supera l’offerta, la specie umana va in debito per l’anno in corso. Come ormai avviene da tempo e come inesorabilmente avverrà anche in futuro senza interventi decisi e puntuali.

Anche nel 2023, il primo Paese a superare la soglia è stato il Qatar, il 10 febbraio: per il secondo anno consecutivo è in cima alla lista; nonostante l’abbondanza di beni naturali, enormemente superiore a quella del piccolo Stato desertico, Stati Uniti, Belgio, Canada, Australia e Danimarca hanno finito le loro quote già a marzo. Hanno anticipato la Germania (4 maggio) e la Francia (5 maggio). Il Paese da sempre più vicino alla scadenza naturale è la Giamaica (20 dicembre 2023).

E l’Italia? Nonostante sia un Paese che si sta spopolando, continua a depauperare risorse. L’impronta ecologica media di un italiano, pari a circa 4,3 ettari globali, divisa per la biocapacità media mondiale, cioè la quota di risorse disponibili per ciascun abitante della Terra, cioè 1,6 ettari globali, dà come risultato 2,68. Cosa significa questo valore? Se tutti avessero il nostro stesso stile di vita, avremmo bisogno di quasi 2,7 pianeti per vivere.

Le attività che contribuiscono in modo maggiore all’impronta ecologica di ciascun italiano sono il settore alimentare (che, da solo, ne determina quasi il 31 per cento) e gli spostamenti (un altro 25 per cento). Un capitolo a parte merita lo spreco alimentare, stimato in circa 67 chili all’anno pro capite: basterebbe anche solo dimezzarlo per spostare in avanti di ben 13 giorni l’Overshoot day italiano.

In estrema sintesi, consumiamo molto più di quel che produciamo e, in aggiunta, sprechiamo una quantità considerevole di risorse. Come se esce? Bacchette magiche non ce ne sono e chiunque si proponga come salvatore va considerato un imbonitore al quale non si deve prestare alcun credito. Bisogna cambiare stile di vita sul piano personale, cominciando dalle piccole cose: riciclare correttamente i rifiuti, usare il mezzo di trasporto privato il meno possibile, fare spesa a chilometro zero (è folle svenarsi per comprare uva ad aprile o zucchine a dicembre…), impostare correttamente la temperatura di termosifoni e climatizzatori. Semplici accorgimenti che fanno risparmiare e danno una mano all’ambiente

Sul piano della collettività, il primo pensiero va alla manutenzione del territorio: servono non solo opere imponenti che impediscano alluvioni e che convoglino le acque in bacini di raccolta da utilizzare poi nei periodi di siccità, ma servono anche politiche diverse che incentivino, ad esempio, l’uso dei mezzi pubblici. E’ necessaria una classe dirigente a tutti i livelli che pensi realmente ai cittadini e ai loro bisogni, piuttosto che preoccuparsi di perpetuare i propri privilegi. Discorso lungo che prescinde dagli schieramenti partitici. Agli abitanti di una qualunque città interessa poco avere un sindaco del proprio partito: interessa molto più che funzionino i servizi, la sanità, la scuola…

Perché fare le cose bene non ha ideologia.

Buona domenica.

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