MILANO – Il romanzo di Maryam Cherif “Finché i denti del giudizio non fanno male” (edito da Mondadori nel 2025) racconta il passaggio all’età adulta vissuta come una ferita, ma anche come una possibilità di resistenza. Parla attraverso la voce di una giovane donna, quella dell’autrice, del dolore di crescere, della solitudine a volte opprimente di sentirsi diversi accanto al desiderio ostinato di non smettere mai di sognare. La protagonista è una ragazza senza nome, una scelta narrativa che permette al lettore di identificarsi nel personaggio, di ritrovare le stesse emozioni e le stesse inquietudini facendo sì che l’esperienza della protagonista diventi almeno in parte o forse solo per alcuni aspetti quella propria.

Maryam Cherif
Il romanzo di Maryam Cherif ruota attorno a una domanda fondamentale: “Crescere significa imparare a stare al mondo oppure, più spesso, imparare a nascondere una parte di sé per essere accettati?”. La risposta è da cercare dentro di sé e l’autrice lo fa non tanto attraverso il racconto di eventi eccezionali, quanto con la rappresentazione di quelle fratture interiori che accompagnano la crescita e che talora dall’esterno possono sembrare insignificanti. Il corpo che cambia, il confronto con gli altri, l’imbarazzo per le proprie imperfezioni, il bisogno di essere riconosciuti e la difficoltà di comprendere emozioni talvolta contraddittorie. In questo modo la Cherif si concentra su una dimensione intima dell’adolescenza nella quale anche i dettagli più insignificanti acquistano un peso decisivo.
Intorno alla protagonista si muove una famiglia attraversata da assenze e tensioni: un padre che scompare progressivamente dalla sua vita, un fratello dominato dalla rabbia e una madre sola, impegnata a trovare risposte anche quando le parole non bastano. È in questo spazio affettivo fragile che la protagonista, alla scoperta della propria interiorità e del proprio io, cerca di capire chi è, che cosa prova e quale posto possa occupare nel mondo. Il titolo richiama il dolore fisico dei denti del giudizio, ma la sua forza risiede soprattutto nel valore metaforico. Il dolore va visto come segnale di una trasformazione, come prezzo da pagare quando si abbandona una parte dell’infanzia per entrare in una realtà più complessa e meno indulgente. Il dolore, in questa prospettiva non nasce soltanto dai conflitti familiari o dalle persone che mancano, ma può scaturire anche dallo sguardo degli altri, dalle aspettative sociali, dall’impressione di essere sbagliati perché non si corrisponde a un modello prestabilito. Ma prestabilito da chi e perché?
Ecco quindi che la protagonista si trova a doversi confrontare con un mondo che sembra chiederle di ridimensionare i propri desideri, di correggere ciò che la rende diversa e di imparare a sentire meno. L’immagine del volo, evocata nelle prime pagine, introduce un elemento fondamentale: la possibilità di sottrarsi, anche soltanto per un istante, alla gravità delle aspettative altrui. Sognare diventa un gesto di libertà, quasi una forma di autodifesa contro tutto ciò che vorrebbe ridurre la protagonista a una versione più accettabile di sé stessa. La sensibilità della protagonista è insieme una risorsa e un peso, qualcosa che grava sul cuore e sulle spalle, giorno dopo giorno. Questo la porta a percepire le contraddizioni dei rapporti umani, ma la espone anche a una sofferenza che fatica a comprendere. Il romanzo si inserisce così nella narrativa di formazione senza peraltro ridurre necessariamente la crescita a un percorso lineare verso la consapevolezza.
Diventare adulti, suggerisce la storia, non significa risolvere ogni conflitto ma può piuttosto significare imparare a convivere con le proprie contraddizioni senza rinnegarle: “Di solito quando i denti del giudizio iniziano a far male – scrive l’autrice – è il momento in cui smarriamo i sogni. Questo accade perché diventare adulti ci porta a sintonizzarci sulle voci crudeli degli altri fino a non sentire più la nostra. Eppure questa mattina c’era una voce che mi diceva che potevo volare”. È nelle ultime pagine che è racchiuso il messaggio per le nuove generazioni, una esortazione a non smettere mai di sognare e volare anche quando il dente duole e fa male.
Margherita Bonfilio

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