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Mix di sesso e droga uccise D’Annunzio?

di | 2023-08-11T13:43:48+02:00 13-8-2023 5:05|Personaggi, Sezione 2|0 Commenti

PERUGIA – Seduto nel suo studio, nella villa di Cargnano, meglio nota come il Vittoriale degli Italiani di Gardone Riviera. La testa reclinata in avanti. Sul tavolo, il “Lunario Barbanera”, storica pubblicazione di Foligno, di cui si professava fedele lettore e sul quale aveva sottolineato la predizione: “Oggi morirà una nota personalità”. Questa la scena che si presentò ai familiari e al personale di servizio: l’uomo che aveva sfidato più volte la morte sul Carso, in mare e nei cieli inseguendo il mito della “bella morte”, aveva concluso la sua esperienza terrena come un anonimo impiegato.

Il certificato di morte, vergato dai dottori Alberto Cesari (primario dell’ospedale di Salò) e Antonio Duse, entrambi amici del poeta e subito convocati, attribuì il decesso a “cause naturali” e lo fissò alle ore 20.05 del 1 marzo 1938. Tuttavia la fine di Gabriele D’Annunzio (1863-1938), suscitò sin da subito, numerosi, insistenti interrogativi. Qualcuno sosteneva la tesi del suicidio, anche sulla base di quanto scritto dal “Vate”, qualche mese prima, in una missiva indirizzata all’amica Ines Pradella (“È predestinato che io mi uccida”) e al precedente episodio (nel 1922, a Milano) di farla finita (passato alla cronaca come “il volo dell’angelo”), lanciandosi giù da una finestra e da lui stesso confessato, quale tentativo di darsi la morte, nel “Libro segreto”.

In altri, invece, prevalse la tesi dell’omicidio consumato, su mandato del regime, in quanto il “Principe di Montenevoso” (titolo che gli fu concesso dal re dopo l’impresa fiumana), da sempre scomodo anche se amico personale di Benito Mussolini fin dagli inizi della Grande Guerra, non risparmiava critiche brucianti all’alleanza con la Germania di Adolf Hitler, indicato con epiteti ingiuriosi e tali da mettere in comprensibile imbarazzo il governo ed il partito fascista con l’amico tedesco.

È sull’overdose che si rafforza la tesi dell’assassinio. Che lo scrittore e poeta si drogasse non è un mistero. D’Annunzio consumava, a piene mani, non solo medicinali, ma anche stupefacenti, almeno all’inizio, per placare i dolori delle ferite riportate nei feroci scontri della Prima Guerra Mondiale (la battaglia di Pola, del Cattaro, la beffa di Buccari, la decima battaglia dell’Isonzo), durante la quale era rimasto ferito, nel 1916, all’occhio destro (perduto) e alla tempia e dove aveva guadagnato, affrontando il nemico con sprezzo del pericolo (“Memento audere semper”, uno dei suoi motti), anche una medaglia d’oro, cinque d’argento, tre croci di guerra.

Gabriele D’Annunzio con Mussolini

Le imprese audaci (il raid aereo su Vienna) e la conquista del Carnaro con la reggenza italiana di Fiume (arricchita dal varo di una costituzione davvero avanti sui tempi) avevano innalzato il letterato agli altari di “eroe della patria”. Nulla di più semplice, per gli eventuali autori del delitto, che sfruttare, per liberarsi dell’incomodo personaggio, i “vizi”, ben conosciuti negli ambienti più diversi, della vittima: droga e sesso. Il sospetto dell’avvelenamento è stato riproposto e rilanciato di recente da Giordano Bruno Guerri, intellettuale e presidente del Vittoriale, in una intervista ed in un libro (“Gabriele D’Annunzio – La vita come un’opera d’arte”, edizioni Rizzoli).

Giordano Bruno Guerri

Per lo studioso, D’Annunzio, che aveva espresso la sua contrarietà alle leggi razziali, potrebbe essere stato eliminato su mandato, diretto o indiretto, del Duce. Guerri, addirittura, suggerisce che sarebbe opportuno ed utile, riesumare la salma del Vate e sottoporla ad esami specifici ed accurati per appurare, in modo definitivo, le cause del decesso. Secondo queste supposizioni – fondate su ricerche documentali e sull’analisi delle circostanze e degli eventi di quel periodo – D’Annunzio sarebbe stato fatto fuori o con una intossicazione da farmaci o, appunto, con un mix di sesso e cocaina, miscela fatale ed esiziale per un “vecchio decrepito” (definizione che Mussolini, in quei mesi, utilizzava spesso nei confronti del poeta), debilitato nel fisico non solo per l’età avanzata, ma anche per gli eccessi, tipici della sua complessa personalità.

Che il letterato fosse dipendente dalle droghe (utilizzate pure quale “aiutino” per le voraci attività sessuali) risulta storicamente veritiero. È credibile che avesse cominciato ad assumere le sostanze (non vietate, ai tempi) durante la guerra: agli aviatori veniva fornita prima di alzarsi in volo, così come il vino ai fanti e il grappino agli alpini. Un ruolo nell’ipotizzato delitto, ad avviso di Guerri, potrebbe averlo rivestito la badante-infermiera altoatesina Emy Heufler, giovane e bella, diventata molto potente al Vittoriale, grazie ai suoi rapporti ed al suo ascendente sul poeta, affascinato dalla giovinezza, dalla venustà e pure dalla “disponibilità” della dipendente.

Il presidente del Vittoriale segnala la “stranezza” che Emma venne assunta a servizio, nel 1941 (dopo l’esperienza nella villa di Gardone Riviera), a casa di Costanzo Ciano, padre di Galeazzo e dunque consuocero del Duce e che, qualche mese più tardi, fu addirittura chiamata, a Berlino, quale cameriera dal ministro degli Esteri tedesco Ulrich Friedrich Wilhelm Joachim (aspetto, questo, frutto di semplici “rumores”, di voci, insomma e, pertanto, da verificare compiutamente). Il Vate – rimarca Guerri – avrebbe dovuto tenere, di lì a qualche settimana, un discorso a Roma, davanti al governo ed alle autorità ed il regime temeva che avrebbe potuto esprimere, in quella sede, le sue idee contrarie alle leggi razziali e contro il nazismo, di cui si proclamava fiero avversario.

Fu il timore di uno scandalo a livello internazionale, considerata la fama del Vate, ad allarmare i gerarchi ed a costargli la vita? Di certo non furono le “debolezze” soprattutto per il genere femminile, né la militanza nella massoneria (dove salì al grado 33 del “Rito Scozzese Antico ed Accertato”, per poi aderire pure al “Martinismo”) e neppure la passione per l’allevamento dei colombi bianchi, di cui è rimasta traccia nella colombaia, restaurata di recente, dei cani e dei cavalli, altri interessi coltivati dal “duca minimo” (così si firmava durante la sua militanza giornalistica a “La Tribuna”).

Se davvero di omicidio si trattò, la ragione politica resta la motivazione più forte e convincente. Le zone d’ombra, comunque, permangono. Non è un caso che il letterato stesso abbia lasciato scritto: “Io sono un mistero musicale con in bocca il sapore del mondo”.

Elio Clero Bertoldi

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