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Imparare ad amare: lezione necessaria

di | 2023-12-07T19:58:20+01:00 10-12-2023 5:10|Cultura, Sezione 3|0 Commenti

MILANO – Non si arresta l’ondata di violenza contro le donne ed è evidente che non sia sufficiente indignarsi ad intermittenza, dal momento che – come ha sottolineato il presidente Mattarella – “dietro queste violenze c’è il fallimento di una società che non riesce a promuovere reali rapporti paritari tra donne e uomini”. E mentre l’annuale giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne richiama tutti ad un necessario cambiamento, per il 28% degli uomini italiani la violenza di genere non è un problema e troppi “bravi ragazzi”, amici, compagni, mariti, padri hanno le mani imbrattate di sangue. Dopo la generale indignazione per gli episodi recenti, in tanti hanno prospettato nuove soluzioni e, manco a dirlo, la prima ad essere tirata in ballo è stata la scuola, considerata da sempre una sorta di refugium peccatorum, come se l’educazione cosiddetta all’affettività non dovesse impegnare le famiglie e la società, di cui la scuola è solo una parte.

Si tende, pertanto, ad attribuire un potere quasi salvifico alla istituenda episodica ora di lezione: ci si chiede, tra l’altro, tenuta da quali esperti e con quali contenuti. Al contrario è necessario che siano la scuola in sé con tutte le sue discipline, la cultura declinata in tutti i suoi settori, la famiglia e positivi modelli sociali a concorrere alla formazione di individui capaci di pensare, di scegliere consapevolmente, di amare e di vivere nel rispetto degli altri. La conoscenza, insomma, quale valido baluardo della coscienza di sé e della democrazia. Troppe volte gli insegnanti ricevono critiche di tanti sedicenti esperti che affermano che studiare storia, filosofia, letteratura, latino non serva e che non sia nelle “corde” dei giovani, in risposta basterebbero le parole di Aristotele che – nel primo libro della Metafisica – argomenta sull’utilità della filosofia, evidenziando che essa non serva a nulla, ma «proprio perché priva del legame di servitù è il sapere più nobile».

Il filosofo Umberto Galimberti

È pleonastico sottolineare che il danaro è ormai l’unico volano capace di risvegliare interesse e generare perfino valori e, come osserva lo psicoanalista e filosofo Umberto Galimberti è conseguente che si apprezzi, in particolare da parte dei giovani, solo ciò che è utile e non ciò che è bello, giusto, sacro. Sottolinea, pertanto, lo studioso che queste discipline inutili “servono” invece ad educare i nostri sentimenti, che non sono una dote naturale, ma una derivazione culturale. Egli sostiene che per natura gli uomini sono dotati di impulsi, che non si esternano con le parole, ma con i gesti. Si pensi ai bulli che ricorrono ad azioni violente, evidenziando quanto la loro incompiuta educazione ed un processo psichico bloccato allo stadio dell’impulso non li abbiano mai portati a provare l’emozione. Quest’ultima costituisce, sempre secondo Galimberti, la risonanza emotiva che gli eventi esterni provocano in noi e nel contempo le nostre risposte.

Dall’emozione si giunge al sentimento, che quindi è – per così dire – un prodotto culturale. I popoli antichi hanno imparato i sentimenti attraverso il mito, dal greco μῦϑος (miutos, parola/racconto); si trattava della narrazione fantastica con un forte valore religioso e simbolico di azioni compiute da figure divine o da antenati e tramandate oralmente o in forma scritta. Nell’Olimpo delle divinità greche, come analogamente nel pantheon di tutti i popoli, ognuna rappresentava un sentimento, una passione: Zeus il potere, Atena l’intelligenza, Afrodite la sessualità, Ares l’aggressività, Apollo la bellezza, Dioniso la follia solo per citarne alcuni. Superata la fase degli dei e degli eroi, la conoscenza dei sentimenti passa attraverso la letteratura che media, con i suoi racconti, che cosa essi siano. Una volta “appresi i sentimenti”, siamo così in grado di conoscere quello che proviamo, oltre che il corso e l’evolversi del nostro stato d’animo.

Lo psicoanalista Massimo Recalcati

Vengono in mente, per converso, quei reality, in cui vari personaggi sono costretti a vivere in isole deserte, privati di qualsiasi contatto affettivo ed in condizioni estreme di sopravvivenza; al di là dell’audience e dei profitti commerciali, è interessante antropologicamente osservare come emergano in loro, spogliati delle sovrastrutture culturali, gli impulsi peggiori. Nel dibattito di questi giorni sul femminicidio, e purtroppo non sempre contro il femminicidio, lo psicoanalista Massimo Recalcati fa notare che il riferimento alla cultura patriarcale sia necessario, egli lo definisce “lo sfondo inconscio collettivo della violenza sulle donne”; ma rileva altresì che l’attuale cultura maschilista non è più in una posizione dominante; alcuni aspetti sono cambiati ed è mutata in parte la condizione femminile, soprattutto dopo il ’68. I maschi violenti, da lui catalogati come “emotivamente analfabeti”, vedono nella donna una minaccia per la loro identità; pertanto nella spinta al possesso/distruzione del partner va individuato il segno di una fragilità di fondo.

L’archeologa lituana Marija Gimbutas

Il 1968, tra i tanti cambiamenti, è stato anche l’anno in cui l’archeologa lituana Marija Gimbutas (Vilnius, 23 gennaio 1921 – Los Angeles, 2 febbraio 1994) cominciò le sue campagne di scavi nei territori caucasici tra il Mar Nero ed il Mar Caspio e presentò una prospettiva che ha rivoluzionato gli studi relativi alle origini della cultura europea. La studiosa individuò una civiltà pacifica – da lei denominata della Grande Madre Terra – che dominò l’Europa per tutto il Paleolitico ed il Neolitico, fino a gran parte dell’età del Bronzo. La sua struttura sociale era egualitaria e matrilineare (diverso da matriarcale): donne e uomini vivevano collaborando, seguivano i cicli vitali della terra, il simbolismo religioso era connesso con la Natura e con il femminile. Ne è testimonianza il ritrovamento di numerose cosiddette Veneri paleolitiche o Veneri “steatopigie” (dal greco στέαρ – stéar grasso – e πυγή – piughé natiche/fianchi-), piccole statuette quasi sempre in argilla che riproducono archetipi di fertilità (seno prospero e fianchi larghi), di vita, di crescita.

Veneri “steatopigie”

Valori antitetici alla successiva cultura di morte e guerra che spazzò via la civiltà della Grande Madre Terra. A partire dal V millennio a.C. iniziò la prima ondata di popoli indoeuropei provenienti dal bacino del Volga, che si insediarono poi in tutta l’Europa. L’archeologa li definì esponenti della cultura Kurgan, dal russo “tumulo” (tipo di sepoltura usata per i capi maschi di potere e per chi ricopriva ruoli importanti nella società), contrassegnata da caratteri patriarcali e bellicosi. Forniti di armi che avevano imparato a costruire, sui loro veloci cavalli che erano riusciti ad addomesticare, sottomisero e dispersero facilmente le civiltà indigene preesistenti.

Da quel momento in poi ebbe inizio tutta un’altra storia.

Adele Reale

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