NAPOLI – Nell’opera di John Mirò il linguaggio visivo diventa una forma di poesia tangibile in cui parole segni e colori dialogano senza gerarchie. La sua opera non si limita a rappresentare il mondo esterno ma traduce sensazioni, sogni e impulsi interiori in un vocabolario visivo unico quasi scritto sul supporto materiale. L’ispirazione di Mirò proveniva da una pulsione tutta personale, un tendere all’alto a ciò che è superiore inteso sia in senso fisico, il mondo del cielo e delle costellazioni a cui tanto guardava, che metafisico quello che va oltre i limiti dell’esperienza sensibile.

Joan Mirò
Ma Mirò era un uomo legato alla terra che anche nei momenti più astratti della sua produzione sapeva ben ancorarsi al mondo del reale che lo circondava e da lì partire per sottrazione a tradurre visivamente la sua essenza. Tutto questo può essere ammirato nella mostra Joan Mirò: per poi arrivare all’anima in programma alla Basilica della Pietrasanta a Napoli fino al 19 aprile 2026.
Ricchi di suggestioni i segni di Mirò emergono come tracce di un alfabeto personale, linee sottili, curve fluide, punti sospesi, forme biomorfiche che sembrano fluttuare nello spazio. Non sono mai semplici elementi decorativi ma simboli di un pensiero capace di evocare emozioni profonde. Il dialogo tra questi elementi offre una delle chiavi per comprendere Mirò, non un pittore che racconta ma un poeta che mostra lasciando allo spettatore la libertà di leggere e interpretare.
La sua opera diventa allora uno spazio aperto: “Credo che nella nostra scuola vi sarà l’essenziale di quel che sarà la pittura dell’avvenire disvestita di ogni problema pittorico e dotata dell’armoniosa vibrazione del palpito dello spirito. Credo che dopo il grandioso movimento impressionista francese, un cantico alla vita e all’ottimismo, dopo il movimento post impressionista il coraggio dei simbolisti, il sintetismo Fauve e la dissezione del cubismo e del futurismo, dopo tutto questo avremo un’arte libera e tutto l’interesse si rivolgerà alla vibrazione dello spirito creatore. Questo movimento d’analisi moderno avrà condotto lo spirito a una libertà luminosa”. 
Joan Miró (1893–1983) non è stato solo un pittore, ma l’architetto di un universo dove il sogno diventa realtà tangibile. Definito da André Breton come “il più surrealista di tutti noi“, l’artista catalano ha saputo mantenere per tutta la vita lo sguardo puro e curioso di un bambino. Nato a Barcellona, Miró dovette lottare contro il volere paterno che lo sognava contabile. Solo dopo un esaurimento nervoso e un periodo di convalescenza nella fattoria di famiglia a Mont-roig, ottenne il permesso di dedicarsi anima e corpo all’arte. Il suo stile, inizialmente influenzato dal Fauvismo e dal Cubismo, si evolse rapidamente verso un linguaggio simbolico unico. La pittura di Miró è un’esplosione di segni organici e colori primari (rosso, giallo, blu) che fluttuano su sfondi spesso piatti e infiniti.
Tra i suoi elementi ricorrenti Costellazioni e stelle (simboli di una connessione spirituale con il cosmo), Occhi e insetti (frammenti di realtà che popolano spazi onirici), Figure femminili e uccelli (icone di fertilità e libertà). “Ho difficoltà a parlare della mia pittura – sosteneva – poiché nasce sempre in uno stato allucinatorio suscitato da un contraccolpo qualsiasi oggettivo o soggettivo che sia e di cui non sono in alcun modo artefice. Quanto ai miei mezzi di espressione sempre più mi sforzo di raggiungere al massimo grado di chiarezza di potenza e di aggressività plastica ossia di risvegliare dapprima una sensazione fisica per poi arrivare all’anima la sua lotta continua con l’espressione sia essa parola o gesto La tensione per arrivare ad un significato per sé stesso per poi tradurlo al prossimo”. 
Oggi la sua eredità vive principalmente nella Fundació Joan Miró di Barcellona, un luogo progettato dall’amico Josep Lluís Sert per ospitare la collezione donata dall’artista stesso. Per Joan Miró, il mondo dei bambini non era solo un tema, ma una vera e propria filosofia creativa. Egli cercava di “disimparare” le regole accademiche per recuperare la spontaneità infantile. Miró era affascinato dai giocattoli popolari e dalle forme ingenue. Nel 1932 realizzò scenografie e costumi per il balletto “Jeux d’enfants” (Giochi di bambini) della Fundació Joan Miró, dove gli spiriti dei giocattoli prendevano vita.
Ammirava l’autenticità dei bambini, che non disegnano ciò che vedono ma ciò che sentono. Spesso utilizzava tecniche simili allo scarabocchio o al “doodle” per liberare il subconscio dalle restrizioni adulte.
Innocenzo Calzone

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