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Il culto dei defunti sentito in tutta Italia

di | 2026-11-01T01:35:42+01:00 1-11-2026 0:05|Sezione 2, Storie|0 Commenti

RIETI – La commemorazione dei defunti del 2 novembre è stata istituita ufficialmente nel 998 d.C. dall’abate sant’Odilone di Cluny, unendo antichi riti cristiani di suffragio per le anime del Purgatorio con tradizioni popolari legate al ciclo delle stagioni e alla fine dei raccolti. Halloween invece si festeggia la notte del 31 ottobre ed ha origini celtiche legate a Samhain: nella tradizione celtica antica si credeva che in quella notte si creasse un ponte che permetteva ai morti di ritornare nel mondo dei vivi. In Messico tra l’1 e2 novembre si celebra il Día de los Muertos con colori vivaci, altari (ofrendas) e teschi decorati (calaveras), trasformando il ricordo in una celebrazione della vita. L’evento è riconosciuto come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Unesco.

Día de los Muertos in Messico

In Oriente il culto dei morti è diverso: in Cina il Qingming, o il Giorno della Pulizia delle Tombe, si svolge dal 4 al 6 aprile e durante questo periodo le tombe vengono pulite e sulle tavole viene servito solo cibo freddo, perché è vietato accendere fuochi. In Giappone la festa dei morti cade ad agosto, con il giorno dell’Obon o lanterna. I giapponesi portano ai morti in offerta delle lampade, che vengono lasciate nel fiume in modo che guidino gli spiriti con la loro luce. Tutte le civiltà rendono onore ai propri defunti, come a mantenere un ponte, una connessione. Il 2 novembre cade subito dopo la solennità di Ognissanti. Questa vicinanza ha un senso teologico preciso: dopo aver celebrato i santi e beati in Paradiso, il giorno seguente si pensa a tutti gli altri defunti.

I “dolci dei morti”

Nella notte tra 1 e 2 novembre in Italia si onorano i defunti e non solo con i “dolci dei morti”, quasi tutti a base di mandorle e frutta secca. Il menù del 2 novembre è particolare, comprende zuppe di ceci, fave, lenticchie, lessati e distribuiti ai poveri in memoria dei defunti: in Centro Italia zuppa di ceci e zucca, cisrà in Piemonte, la minestra di fave o il macco di fave e le muffolette in Sicilia (panini morbidi al sesamo conditi con olio, acciughe, sale e caciocavallo). Al Nord e in Trentino carne ‘salada’ con verza e noci. Nella notte tra l’1 e il 2 novembre (soprattutto in regioni come Puglia, Sicilia, Sardegna, Abruzzo e Basilicata), si apparecchia la “tavola dei morti” per accogliere le anime in visita: pane fresco, un pezzo di formaggio, legumi, piatti caldi tradizionali (gnocchi, orecchiette o gulasch), in alcune zone si prepara il piatto preferito del defunto. Vino, acqua (chi nel bicchiere, chi in un catino), con una foglia d’alloro o un ramoscello d’ulivo, simbolo di benedizione, una luce accesa per illuminare il cammino delle anime. Niente coltelli e forchette, perché secondo alcune leggende popolari, si preferisce non lasciare strumenti a disposizione.

La “tavola dei morti” a Sammichele di Bari

La tavola viene lasciata pronta prima di andare a dormire e nessuno deve toccarla o entrare nella stanza durante la notte. Il mattino seguente, il cibo viene spesso donato ai più bisognosi o ai bambini. In Toscana è il “bèn d’i morti”, distribuzione di cibo o pane ai più bisognosi in suffragio delle anime. In Sardegna i bambini vanno di porta in porta chiedendo piccole offerte (dolci, frutta secca o pane) in memoria delle anime (Is Animeddas o Su mortu mortu). I dolci tipici sono soprattutto a base di farina di mandorle e frutta secca. In Veneto c’è l’usanza di regalare alle promesse spose un sacchetto con dolci a forma di ossa. Al Centro Nord si preparano le “fave dei morti”, biscotti secchi (a Civitavecchia le portano i defunti e i bambini le trovano la mattina sotto al cuscino), ossa dei morti in Sicilia, Veneto e Lombardia (croccanti), pan dei morti a Milano con spezie, frutta secca, cacao; piada dei morti in Romagna, in Trentino i cavalli dei morti (pagnotte), a Napoli il Torrone, in Sicilia la frutta di Martorana e i pupi di zucchero, il rame di Napoli (soprattutto a Catania), papassini in Sardegna.

In Puglia si prepara la colva, il grano dei morti, che ha origini bizantine. Dal 2001 è riconosciuta tra i prodotti agroalimentari tradizionali regionali, ma resta sempre un dolce di famiglia e così deve essere. Colva viene dal bizantino kolba e prima ancora dal greco kollyba, il grano bollito che nelle chiese ortodosse si benedice e si offre ancora oggi, dalla Grecia ai Balcani, nelle funzioni per i defunti. I cristiani di rito greco del Sud consumavano il grano benedetto al termine della messa, a simboleggiare che il seme finisce sotto terra e torna spiga. Nel Foggiano lo chiamano grano dei morti o cicc cuòtt, a Bisceglie colva, a Orsara muscitaglia. Questo dolce richiede tempo e pazienza, come tutti i riti, che consolidano il nostro essere, dandoci sicurezze, continuità, esorcizzando la morte: i chicchi liberati dalla pula restano in ammollo per tre giorni, ogni mattina si cambia l’acqua, poi vengono cotti finché non si aprono.

La colva

Tra il Foggiano, Bisceglie e i Monti Dauni la sera tra Ognissanti e il giorno dedicato ai morti, i chicchi vengono conditi con il resto degli ingredienti e legati con il vincotto, o con il cotto di fichi: melagrana (simbolo di rinascita e abbondanza), noci e mandorle tritate, scaglie di cioccolato. Nelle versioni moderne si aggiungono canditi, cannella e chiodi di garofano. Bisogna partire dal chicco crudo, quello coltivato quasi solo per questo dolce, la Bianchetta, grano tenero dalla spiga bianca che può superare il metro e mezzo d’altezza, coltivato dal Subappennino Dauno al Tavoliere, fino alla Murgia dei trulli e all’arco ionico tarantino cambiando anche nome: Maiorca francese, Carosella, Francesella. Oggi i suoi semi sono custoditi nelle banche del germoplasma nei centri di ricerca a Bari e a Foggia. A Orsara di Puglia al confine con l’Irpinia, la colva si mangia tra falò e zucche illuminate, i fucacoste e cocce priatorje (i falò e le teste del purgatorio), con fuochi nelle strade, zucche intagliate con un lumino dentro. La tradizione racconta che i lumini servono a illuminare le anime che quella notte tornano nelle loro case. Intorno al fuoco le famiglie si ritrovano a ricordare i propri morti, a tarda sera sfila la confraternita che porta il loro nome e arriva la muscitaglia (la colva) per accogliere chi torna.

Francesca Sammarco

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