VITERBO – Fare la pasta in casa, uscire a piedi per comprare il pane, coltivare le piante sul balcone e lasciare il telefono in un’altra stanza. Per molti sono gesti ordinari, per una parte della Generazione Z rappresentano un nuovo ideale di benessere. Sui social si chiama “nonnamaxxing” e prende ispirazione dalle abitudini delle nonne. Il paradosso? Per imparare a vivere meno connessi, i giovani hanno trovato un tutorial su TikTok. 
Che cosa significa “nonnamaxxing Il termine unisce “nonna” al suffisso inglese “maxxing”, utilizzato nel linguaggio di internet per indicare la ricerca della massima espressione di qualcosa. Nel “nonnamaxxing” il principio si traduce nella riscoperta di attività semplici, manualità e ritmi quotidiani più distesi. Cucinare, dedicarsi al giardinaggio, riparare un maglione o trascorrere del tempo con amici e vicini diventano espressioni di uno stile di vita che privilegia le esperienze concrete e le relazioni personali.
Perché la Gen Z vuole rallentare Il fenomeno riflette una reazione all’iperconnessione e alla cultura della performance. Agende piene, contenuti da pubblicare, obiettivi da raggiungere: persino il tempo libero rischia di trasformarsi in un’altra attività da ottimizzare. La figura della nonna, idealizzata dai social, diventa così il simbolo di un’esistenza scandita da ritmi più umani. Secondo un’analisi YouGov pubblicata nel luglio 2026, il 36% degli italiani si dichiara nostalgico del passato, il 33% pratica periodi di disconnessione digitale e il 40% vorrebbe farlo. Dati che, pur riferendosi alla popolazione generale, aiutano a comprendere il contesto culturale in cui si diffonde il “nonnamaxxing”.
Dalla nostalgia alla vita analogica Il “nonnamaxxing” si inserisce nella crescente attenzione verso lo slow living e la cosiddetta analogue economy, che valorizza le esperienze materiali e le attività manuali in un mondo sempre più digitalizzato. Una riscoperta che coinvolge anche il rapporto con i consumi: riparare anziché sostituire, recuperare oggetti dimenticati, privilegiare la qualità rispetto alla quantità. Abitudini che oggi acquistano un significato nuovo, legato alla sostenibilità, al risparmio e alla ricerca di una maggiore autonomia. C’è però un aspetto che merita attenzione. La vita delle nonne non è stata soltanto tovaglie ricamate e sughi della domenica, molte di quelle abitudini nascevano da necessità economiche e da un lavoro domestico impegnativo, spesso poco riconosciuto. La rappresentazione romantica che ne offrono i social rischia di trascurare questa realtà, trasformando uno stile di vita essenziale nell’ennesima tendenza. 
C’è un curioso cortocircuito generazionale nel fenomeno del “nonnamaxxing. Da una parte i nonni, che imparano a destreggiarsi tra smartphone, social network e videochiamate; dall’altra i nipoti, sempre più insofferenti all’iperconnessione e alla ricerca di ritmi diversi, che riscoprono il piacere di mettere le mani nella terra, lavorare a maglia e aspettare pazientemente che il pane lieviti. È uno scambio di ruoli quasi paradossale: i giovani guardano al passato, mentre gli anziani prendono confidenza con il futuro. E così, il celebre “ai miei tempi si faceva così”, pronunciato per generazioni con una punta di rimprovero, acquista improvvisamente un significato diverso. Chi avrebbe mai immaginato che, nel 2026, per essere davvero alla moda sarebbe bastato dare ascolto alla nonna?
Alessia Latini

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