MILANO – Il 10 dicembre 2025, a Nuova Delhi, durante una sessione del comitato intergovernativo UNESCO, la cucina italiana ha ricevuto il riconoscimento di Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Non si trattava soltanto di un piatto, né di una tecnica specifica: era la prima volta nella storia che una cucina nazionale veniva riconosciuta nella sua interezza. Un fatto nuovo, che ha sorpreso anche chi seguiva da anni le candidature italiane in sede internazionale. The Tourism Thinker, la rivista di approfondimento sul turismo strategico, dedica il suo quarto numero a questa trasformazione. Il tema è il turismo del gusto: come l’enogastronomia sia diventata uno dei principali motori della scelta di viaggio, e come il riconoscimento UNESCO abbia dato a questo fenomeno una legittimazione culturale che va ben oltre la promozione commerciale. Non è più soltanto un modo di vendere il territorio: è una questione di identità. 
I numeri raccontano un cambiamento strutturale. Nel 2024, secondo il Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano pubblicato da Federturismo Confindustria, il settore ha registrato una crescita del 9% rispetto all’anno precedente, con un valore stimato di 12,6 miliardi di euro e una quota del 15% sulla spesa turistica totale in Italia. Il turista enogastronomico spende in media 155 euro al giorno, di cui 52 in ristorazione e 28 in prodotti locali. È un profilo preciso: giovane, istruito, digitalmente attivo. Il 62% ha meno di 45 anni, il 71% una laurea, il 68% prenota esperienze culinarie attraverso piattaforme online. Quello che questi dati non dicono, però, è il cambiamento qualitativo che sta avvenendo. Il turista enogastronomico non cerca più soltanto il ristorante stellato o la cantina di fama nazionale. Cerca il frantoio di famiglia in Sicilia, la masseria in Valle d’Itria dove si impara a fare la pasta a mano, il mercato contadino in un borgo dell’Appennino che non ha ancora il QR code sul menù. Cerca, in altre parole, autenticità: una parola consumata dall’uso, ma che in questo contesto ha ancora un significato preciso. Cerca il contatto con chi produce, con il territorio, con la storia di un luogo raccontata attraverso quello che si mangia.
Il riconoscimento UNESCO ha accelerato questa tendenza, dandole una cornice culturale. La cucina italiana non è stata iscritta nella lista del patrimonio immateriale come una ricetta, ma come un sistema di pratiche, valori e relazioni sociali. Include la trasmissione dei saperi tra generazioni, il legame tra produzione agricola e identità locale, il rituale della tavola come forma di ospitalità e appartenenza. È, in sostanza, un modo di stare al mondo. E questo è ciò che il turismo enogastronomico sta imparando a vendere: non il prodotto, ma l’esperienza di appartenenza che quel prodotto porta con sé.
La Toscana rimane la regione più scelta dai turisti stranieri con motivazioni gastronomiche, con una preferenza del 69%. Ma il quarto numero di The Tourism Thinker mostra come Sicilia, Puglia e Sardegna stiano costruendo percorsi sempre più sofisticati, capaci di integrare produzione locale, artigianato alimentare e narrazione territoriale. I percorsi del gusto non sono più itinerari turistici sovrapposti alla mappa: diventano la mappa stessa, il filo attraverso cui leggere un territorio. Il vino di un piccolo produttore abruzzese, l’olio di un frantoio centenario calabrese, il pane di semola di una cooperativa siciliana: sono al tempo stesso prodotti da acquistare e storie da portare a casa. 
Quello che emerge, leggendo questo numero della rivista, è una riflessione più ampia sul ruolo del cibo nella costruzione del senso del luogo. In un’epoca in cui la standardizzazione dei consumi ha reso le città simili tra loro e le esperienze intercambiabili, il cibo rimane uno degli ultimi territori in cui la differenza è ancora legittima, anzi ricercata. Non si mangia lo stesso a Palermo e a Bolzano, a Napoli e a Torino. E questa differenza, lungi dall’essere un ostacolo alla comunicazione turistica, è diventata la sua risorsa più preziosa.
Il riconoscimento UNESCO non ha creato questo valore: lo ha semplicemente reso visibile al resto del mondo.
Ivana Tuzi

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