MILANO – Sotto una cupola che sfiora i trenta metri di altezza, nel Palazzo delle Scintille di CityLife — ribattezzato CityOval dopo il recente restauro — Patek Philippe ha allestito qualcosa che va al di là di una mostra nel senso tradizionale del termine. Dal 2 al 18 ottobre 2026, la settima edizione della Watch Art Grand Exhibition occupa quasi tremila metri quadri nel cuore di Milano, con circa cinquecento oggetti esposti, più di novanta pezzi provenienti dal Museo Patek Philippe di Ginevra e ventisette creazioni di Alta Maestria realizzate appositamente per l’occasione. È la più grande Grand Exhibition mai organizzata dalla maison ginevrina, e la scelta di Milano non è casuale: l’Italia è storicamente uno dei mercati di riferimento più importanti per Patek Philippe dalla seconda metà del Novecento. 
La Watch Art Grand Exhibition esiste dal 2012, quando debuttò a Dubai. Da allora ha toccato Singapore, New York, Londra, Monaco, Tokyo e ora Milano. Il format è rimasto coerente nelle sue linee fondamentali: non si tratta di un evento commerciale, ma di un’immersione nell’universo della manifattura, aperta al pubblico gratuitamente e con prenotazione. L’idea di fondo è portare Ginevra altrove: ricreare negli spazi simbolici di Patek Philippe — il salone storico di Rue du Rhône, la manifattura di Plan-les-Ouates, le sale del Museo — un contesto temporaneo che permetta a chi non si è mai recato in Svizzera di entrare in contatto con quello che la maison è e fa. È un investimento di immagine e di cultura insieme, su una scala che poche realtà nel mondo dell’orologeria possono permettersi.
Il percorso si articola in quindici aree tematiche. Una è dedicata alle grandi complicazioni — il Grandmaster Chime, il Sky Moon Tourbillon, i cronografi a rattrapante — che rappresentano le vette tecniche della produzione contemporanea. Un’altra ospita la collezione storica del museo, con pezzi che vanno dal Cinquecento al Novecento e che permettono di seguire l’evoluzione dell’orologeria non come curiosità antiquaria ma come storia continua del pensiero tecnico umano. Una terza sezione è riservata ai Rare Handcrafts — le creazioni di Alta Maestria in smalto miniato, cloisonné, incisione a mano, intarsio in legno, guilloché e incastonatura di pietre — che documentano la sopravvivenza di tecniche artigianali che fuori dall’orologeria di lusso sarebbero probabilmente scomparse. Durante l’intera durata della mostra, artigiani e orologiai di Patek Philippe effettuano dimostrazioni dal vivo: è forse l’aspetto più raro di tutto l’evento, perché permette di vedere con i propri occhi cosa significa costruire un movimento a mano. 
Milano non è stata scelta solo per la sua importanza commerciale. È la città italiana che meglio sa tenere insieme manifattura e cultura, precisione tecnica e senso estetico. È la città del Salone del Mobile e della Settimana della Moda, ma anche dell’artigianato di qualità, dei laboratori di restauro, delle botteghe che sopravvivono nei cortili dei palazzi storici. C’è una consonanza non superficiale tra l’identità produttiva di Patek Philippe — una manifattura a conduzione familiare, indipendente, che produce ogni anno circa sessantamila orologi rifiutando la logica della crescita a tutti i costi — e una certa idea di Milano che ha saputo resistere alla globalizzazione più omologante mantenendo una propria identità artigianale e progettuale. La Watch Art Grand Exhibition arriva in una città che capisce, probabilmente meglio di molte altre, cosa significhi fare bene una cosa sola.
Vale la pena soffermarsi su cosa si vede davvero, entrando in una mostra di questo tipo. Non si vedono oggetti di lusso nel senso banale del termine: ostentazione, prezzo, status. Si vede il risultato di una cultura del lavoro che non ha equivalenti nell’industria moderna: un singolo movimento meccanico di alta complessità richiede anni di progettazione, centinaia di componenti lavorati con tolleranze dell’ordine di micron, e un montaggio manuale che richiede mesi. Il Grandmaster Chime — che Patek Philippe considera il suo orologio da polso più complicato mai realizzato — contiene 1.366 parti. Non esiste una macchina che possa assemblarlo: lo fanno le mani di un orologiaio, con strumenti che non sono cambiati in modo sostanziale da un secolo. In un’epoca in cui la produzione di massa ha reso irrilevante la distinzione tra fatto a mano e fatto a macchina, guardare questo tipo di lavoro è un’esperienza che invita a rivedere il rapporto tra tempo, fatica e oggetto. 
La mostra è aperta fino al 18 ottobre, con ingresso gratuito su prenotazione. La registrazione avviene sul sito watchart2026.patek.com. Gli orari sono dalle 10 alle 19 dal lunedì al giovedì, dalle 10 alle 22 dal venerdì alla domenica. La sede — CityOval, in Piazza Sei Febbraio, nel distretto di CityLife — è raggiungibile con la metropolitana M5 fermata Tre Torri o Domodossola. Per chi non ha ancora prenotato, vale la pena farlo: è una delle poche occasioni in cui si può entrare in contatto con questo tipo di cultura materiale senza dover viaggiare a Ginevra. E per Milano, ospitare la mostra più grande che Patek Philippe abbia mai allestito fuori dalla Svizzera è anche un riconoscimento: non solo di un mercato, ma di una città che sa cosa significa costruire qualcosa destinato a durare.
Ivana Tuzi

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