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Valori familiari in crisi e scuola alla deriva

di | 2023-05-05T19:21:49+02:00 7-5-2023 6:05|Attualità, Sezione 2|0 Commenti

NAPOLI – È da ormai qualche anno che la scuola ha trovato la sua collocazione sociale e istituzionale ai margini di una società che non riesce più ad incontrare, ad affascinare. La sua prospettiva aziendalistica ha preso sempre più piede modificando le trame di un sistema già di per sé in crisi. Una crisi educativa, originata principalmente da una crisi familiare in cui il modello (l’esempio del genitore saldo, stabile) è venuto meno impiantandosi di contro la figura del genitore che deve far carriera, della mamma lavoratrice che giustamente “ha da faticare” per garantire una sussistenza economica al nucleo familiare stesso.

La precarietà di rapporti interni alla famiglia, dove il concetto di educazione perde consistenza e significato, viene proiettata inesorabilmente nella società e, quindi, anche nella scuola. Da qui ne scaturisce, da una parte la profonda ignoranza in termini di sapere, di conoscenza, dall’altra l’arroganza e la presunzione di bambocci sempre più dipendenti dalla TV-educazione, pendenti dal giudizio sommario e superficiale su tutto, dal poter fare tutto perché tutto è concesso. La scuola insomma, luogo di intersezione dell’aspetto educativo (da recuperare visto che nei luoghi deputati a promuoverla ci si defila perennemente) e di quello del sapere non riesce a proporre qualcosa di significativo.

Del resto, in un luogo dove l’aspetto umano personale è in profonda crisi cosa c’è da aspettarsi? Se il singolo docente ha una sua catastrofe interna, personale, intima, cosa potrebbe proporre di nuovo e di affascinante ad un alunno proteso a carpire il senso del suo studio, del suo stare in classe? Se, non solo i docenti ma anche e purtroppo spesso i dirigenti non hanno ben chiaro il senso di ciò che si studia, che si propone “educativamente” al contesto scuola, cosa ne può uscire fuori di accattivante? La scuola ormai è alla mercé di enti esterni o meglio estranei che, seppur carichi di buoni propositi, non hanno dimestichezza con il nesso tra l’alunno e ciò che più desidera, con il saper “custodire” una classe.

E vai allora con giornate perse a fare azioni delle più belle che con la scuola propriamente intesa non hanno nulla a che fare. E vai con le classi aperte, con il dialogo a tutto spiano, con la cattedra da buttare, con il “siamo tutti uguali” insegnanti e alunni (cosa peraltro già vista nelle famiglie con il padre amico e compagno), dimenticando l’aspetto più vero del modello, dell’esempio, dell’adulto come punto di riferimento, del rispetto dei ruoli. Tutto facilitato, tutto “amicizzato”, tutto reso facile, agevolato, dimenticando e trascurando la fatica del raggiungere l’obiettivo, del lavoro sudato e carico di tensione per ottenere un risultato. Alla luce di tutto ciò l’alunno ne esce molliccio, insipido e preda di un mondo che non aspetta altro che sbranarlo.

E così la verità di sé, la coscienza dell’essere si rattrappisce annullando e censurando qualsiasi ipotesi di bene. Ben poco rilievo a questo punto hanno un’attenzione, uno sguardo inaspettato, un consiglio, un affetto. Roba da perdenti, da fanciulletti. Ci sono cose ben più importanti: la carriera, la raccomandazione, il successo a tutti i costi. Di fronte alla catastrofe umana cosa potrebbe dare un’attenzione alla ricerca di bene?  Che significato può assumere mai una proposta seria fatta al cuore dell’uomo. Impregnati di “media indecenti” non si arriva neanche lontanamente a prendere in considerazione uno sguardo diverso, un suggerimento, una ipotesi di bene e di bello. Lo scetticismo più bieco e acuto, il cinismo più infimo ha preso il posto di una umanità semplice.

E così l’alunno surclassato di cose da fare e non di cose da capire, sbanda inesorabilmente privo di un metodo di studio che è poi metodo di affrontare la vita. Sbaragliati e frammentati i ragazzi, contenti di evitare qualsiasi impegno e qualsiasi ansia, soccombono piacevolmente alle innumerevoli vacue proposte pseudo – educative che non hanno fondamento, radici, senso. Basta che si saltano le lezioni, basta evitare la fatica di un impegno e tutto va bene.

La scuola priva di un adeguato orientamento, di uno scopo serio e perde, giorno dopo giorno, la sua caratteristica primaria: l’essere luogo di domanda, di curiosità, di conoscenza, nel senso di sapienza. Occorre ricominciare ad amare il percorso di vita degli alunni, bisognerebbe cominciare ad affezionarsi a sé, ad abbracciare la fatica del lavoro, del significato di ciò che si fa, del perché ci si muove, bisognerebbe percepire la responsabilità che ciascun uomo, educatore, padre, insegnante ha di fronte ad una classe, al singolo alunno della singola classe. Occorre cominciare: anzi, ricominciare. Subito

Innocenzo Calzone

Giornalista pubblicista, architetto e insegnante di Arte e Immagine alla Scuola Secondaria di I grado presso l’Istituto Comprensivo “A. Ristori” di Napoli. Ha condotto per più di 13 anni il giornale d’Istituto “Ristoriamoci”. Partecipa e promuove attività culturali con l’associazione “Giovanni Marco Calzone” organizzando incontri e iniziative a carattere sociale e di solidarietà. Svolge attività di volontariato nel centro storico di Napoli con attività di doposcuola per ragazzi bisognosi; collabora con il Banco Alimentare per sostenere famiglie in difficoltà. Appassionato di arte, calcio e musica rock.

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