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Quel Pasolini dolce e tenero, ma sempre poco amato e capito

di | 2022-12-16T17:12:46+01:00 18-12-2022 6:25|Cultura, Sezione 6|0 Commenti

RIETI – “Non capisco, dove ho sbagliato? Avevo convertito i falchi e i passerotti all’amore di Dio, ma tra di loro si sgrugnano, si ammazzano, che ci posso fare se c’è la classe dei falchi e quella dei passeretti! Bisogna cambiarlo questo mondo, la disuguaglianza è la più grande minaccia della pace – si chiedeva un tenero Totò, in “Uccellacci e uccellini” di Pier Paolo Pasolini -. Con la fede si crede, con la scienza si vede”. E nell’episodio successivo la condanna di una classe sociale e politica che non vede e non parla agli umili, agli emarginati: il corvo, che nel film impersona una figura simile al grillo parlante di Pinocchio, ma più politicizzato (lo stesso Pasolini scrive nella didascalia che era la voce di Togliatti), non è capito e viene mangiato.

Leo Gullotta

Ninetto Davoli

A cento anni dalla nascita, con un finanziamento della Regione Lazio, il comune di Rieti e la Biblioteca Paroniana hanno organizzato due giorni dedicati a Pasolini. Il primo giorno brani scelti e letti dagli attori del teatro Jobel, il regista Enzo De Camillis e il suo docufilm con libro “Io so…” (“Io so…ma non ho le prove”, riferendosi alle stragi di Piazza Fontana, Italicus, Piazza della Loggia, la lettera al Corriere della Sera, letta da Leo Gullotta). Il secondo giorno è Ninetto Davoli a raccontare l’uomo, l’amico, l’intellettuale, il poeta, lo scrittore e l’incontro con Totò, prima di iniziare le riprese di “Uccellacci e uccellini”. Nel docufilm Pasolini raccontato da chi lo ha frequentato e ha lavorato con lui: Ugo Gregoretti (conosciuto durante le riprese del film a episodi con più registi Ro.Go.Pa.G, in cui Pasolini partecipò con “La ricotta”): alla moviola scoprì il ‘controtipo’, cioè la stampa della pellicola da positivo a positivo, le immagini sono sfiammate, il bianco e il nero vengono esaltati.

“Questo è il mio cinema – disse – queste sono le immagini che corrispondono alla mia creatività”. Renato Parascandolo e il rapporto con la televisione degli anni ’70 (e non c’erano ancora le piattaforme che decidono cosa devi vedere) “che omologa tutto, banalizza il mondo, la scomparsa dei fatti, il trionfo dell’opinione”, ma era ancora una televisione che consentiva di fare interviste su temi scabrosi come il sesso (andrebbero riproposte, le Teche Rai sono preziose).

Goffredo Bettini e il rapporto con il Pci: “Una personalità inquieta, una persona lieve, molto dolce, pacata, ma nella discussione, nel confronto, molto sincero. Le sue posizioni erano critiche nei confronti della società italiana, nella modernizzazione, di come si stava muovendo il paese, non solo sul piano strettamente politico, ma sul piano dei valori, dei modi di vita, nei rapporti umani, dell’animo delle persone. Il suo pensiero era radicale, si potrebbe parlare di pessimismo antropologico. Si chiedeva che tipo di giovani fossero quelli che in quel periodo si dedicavano all’impegno politico. Lui vedeva oltre, tracciava il nostro controcanto e si mise in sintonia con una certa perplessità nel partito di allora. E fu Giorgio Napolitano, che era il responsabile culturale del partito a dirci ‘andate avanti, perché è utile che ci sia il dialogo. Pasolini è una grande personalità della cultura e dell’intelletto italiano”.

Totò in “Uccellacci e uccellini”

Pochi mesi prima della sua morte, stava girando Salò e disse a Bettini “Goffredo sto facendo un film molto duro, un film che non vi piacerà, non piacerà a voi giovani comunisti, ma vi ho dedicato una scena”. Bettini chiese quale scena fosse e lui: “No, non ve la dico, la dovete indovinare!”. Poi fu ucciso. “Ci lasciò in eredità questa domanda e un film splendido e terribile. Ci toccò indovinare da soli, senza avere conferme, ma io non ho dubbi: è la scena in cui un ragazzo fa l’amore con una ragazza di colore, in maniera molto dolce, molto naturale”.

Con Citto Maselli il rapporto con la censura e l’Anac in tempi democristiani: “Ragazzi di vita racconta l’omosessualità e visto che Pasolini era comunista, c’era la grande preoccupazione che si creasse un ulteriore incentivo alle polemiche contro di noi. Ci fu una presa di distanza dal libro, non da parte di Berlinguer, ma da parte di “Rinascita” che era la rivista ideologica e culturale del partito”. Nel 1971 a Enzo Biagi Pasolini rispose “Non è affatto vero che non credo nel progresso. Io credo al progresso, non credo nello sviluppo. E nella fattispecie in questo sviluppo”.

De Camillis

Aveva visto tutto prima di tutti e ce lo aveva detto, ma non lo abbiamo ascoltato, era troppo scomodo per tutti. “Pasolini per me è stato importantissimo – racconta Ninetto Davoli – prima ero un ragazzo di borgata, al Prenestino, eravamo in sei, mio padre guadagnava 5 mila lire, a volte si mangiava altre volte no, a volte pane e latte, in casa non c’era l’acqua corrente, si andava alla fontana. Lo conobbi in un giorno in cui marinai la scuola, lui stava girando la Ricotta all’Acqua Santa a Roma e nei figuranti c’era mio fratello. Nel Vangelo secondo Matteo ero una comparsa, non parlavo e non mi piaceva farlo, non lo sapevo e non lo volevo fare. Lui ha scoperto il Ninetto in me, mi incoraggiò, con dolcezza e soprattutto mi convinse a girare Uccellacci e Uccellini in cui dovevo recitare, dicendomi di stare tranquillo, che dovevo seguire quello che mi diceva e soprattutto mi disse “Guarda che ti pagano” e questo mi convinse, chi aveva mai visto i soldi? Mi portò a conoscere Totò, che poi fu molto gentile con me, quando non era inquadrato mi suggeriva le battute. Fu un’esperienza che non dimenticherò mai, dalla mia borgata fino ai Parioli, vestito al mio meglio, in un palazzo signorile con l’ascensore con un divanetto e io che mi guardavo intorno catapultato in un’altra realtà che non conoscevo, a tavola mi chiedevo in quale piatto dovessi mangiare e con quale forchetta e lui diceva ‘te la taglio io la carne’. Era una persona molto dolce, a lui devo tutto, con Salò ci ha mostrato lo schifo, la delusione e la preoccupazione. Di più non si può”.

Totò e Ninetto Davoli

Alla sceneggiatura e lunga gestazione del film, contribuì Pupi Avati “con Pier Paolo era tutto assolutamente chiaro ed essenziale. Lui diceva quello che si aspettava da me e io non avevo titubanze nel portare a casa il compito e scrivere. Mi dette il libro ‘I fiori del male’ di Baudelaire, sottolineando una serie di versi da inserire, i più terribili, definitivi che preludono alla fine, alla morte. Ho sempre pensato che in quel film ci fosse una premonizione”. E così fu, nel 1975 all’Idroscalo di Ostia. “Sono entrato in un cinema, ma dopo cinque minuti non ho resistito, sono dovuto scappare via e so che non lo vorrò mai più vedere” ha detto lo stesso Pupi Avati, che quel libro non l’ha mai potuto restituire.

Francesca Sammarco

Nell’immagine di copertina, l’intervento di Ninetto Davoli

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