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Educare, una sfida continua e affascinante

di | 2023-10-12T13:01:08+02:00 15-10-2023 5:35|Attualità, Sezione 8|0 Commenti

NAPOLI – Già ad inizio anno scolastico, si è pensato di proporre ad una classe della scuola secondaria di I grado una rappresentazione teatrale su un lavoro fatto in classe sui generi letterari, coinvolgendo alunni e professori e suscitando interventi e interessi di particolare rilievo. Tale attività ha spinto diversi insegnanti ad intraprendere una strada, un lavoro educativo basato sulla gratuità, sull’interesse vero, primario della scuola che è quello educativo, di completamento e affiancamento ad un’ipotesi educativa che già in famiglia è cominciata ( o almeno dovrebbe.

Niente di nuovo? No. E’ sempre più difficile trovare in ambito scolastico insegnanti affascinati da questa ipotesi di lavoro (e per questo affascinanti) gratuita che è lo sguardo amorevole verso un alunno, venti alunni, una classe. Da qui si comincia per confermare quanto di vero c’è nella frase che è un insegnante che fa la scuola e non le norme dettate dall’alto. Qualsiasi occasione, se davvero si vuole, è l’occasione per suggerire, affiancare, sostenere un alunno; senza mai sostituirsi all’alunno stesso o alla famiglia ma, appunto, accompagnandolo in un cammino che è la sua vita, il suo destino.

Il professor Franco Nembrini

Qualche tempo fa furono pubblicati da parte del professore Franco Nembrini degli scritti ritrovati anni fa riguardanti l’educazione, che hanno suscitato non poche osservazioni tra gli addetti ai lavori. In particolare ci si soffermava sul fatto che certe tematiche “educative” hanno avuto sempre un riscontro ed un interesse non indifferente anche migliaia di anni fa. Il problema educativo si è posto sin dalle origini del mondo e non può, tutto sommato, essere relegato ad un ambito familiare o scolastico ma per la radice stessa da cui deriva (educere, trarre fuori), è un tema che s’impone in ogni campo.

E’, quindi, spiazzante vedere come tale problematica che ogni giorno, ogni momento, attanaglia genitori, educatori, insegnanti sia presente già in tempi non recentissimi. Ma allora qual è la chiave di volta? Se ne può uscire con una soluzione, se c’è una soluzione? O è destino e compito nostro lottare, combattere, sorreggersi in tale avventura?

Di sicuro un lavoro di questo genere non solo non può essere relegato a fattori o addetti a tematiche specifiche, ma è il dramma della quotidianità, oggi come 5000 anni fa. È il lavoro di ogni genitore, di ogni insegnante, di ogni educatore, di ogni persona che ha a cuore un proprio figlio o un alunno. Letteralmente “educare”, dal latino “educere” cioè «trarre fuori, allevare», vuol dire, cercando su un vocabolario, promuovere con l’insegnamento e con l’esempio lo sviluppo delle facoltà intellettuali, estetiche, e delle qualità morali di una persona: i figli, la gioventù, con precetti, con l’esempio. Con determinazioni più precise: condurre al bene, alla virtù, al vivere civile, all’amor di patria i giovani allo studio, alla modestia, alla moderatezza; condurre i figli nel timor di Dio. Don Giussani, che per tutta la sua vita ha scritto e vissuto in maniera entusiasmante il concetto educativo come testimonianza di un essere che vive a 360 gradi con giudizio la propria vita, ha specificato in diverse situazioni la parola “educazione”.

La vera educazione deve essere un’educazione alla critica. Fino a dieci anni (adesso anche prima), il bambino può ripetere ancora: «L’ha detto la signora maestra, l’ha detto la mamma». Perché? Perché, per natura, chi ama il bambino mette nel suo sacco, sulle spalle, quello che di meglio ha vissuto nella vita, quello che di meglio ha scelto nella vita. Ma, ad un certo punto, la natura dà al bambino, a chi era bambino, l’istinto di prendere il sacco e di metterselo davanti agli occhi (in greco si dice pro-bállo, da cui deriva l’italiano «problema»). Deve dunque diventare problema quello che ci hanno detto! Se non diventa problema, non diventerà mai maturo e lo si abbandonerà irrazionalmente o lo si terrà irrazionalmente. Portato il sacco davanti agli occhi, ci si rovista dentro. Sempre in greco, questo «rovistarci dentro» si dice krinein, krísis, da cui deriva «critica». La critica, perciò, consiste nel rendersi ragione delle cose, non ha un senso necessariamente negativo.

Dunque, il giovane rovista dentro il sacco e con questa critica paragona quel che vede dentro, cioè quel che gli ha messo sulle spalle la tradizione, con i desideri del suo cuore: il criterio ultimo del giudizio, infatti, è in noi, altrimenti siamo alienati. Ed il criterio ultimo, che è in ciascuno di noi, è identico: è esigenza di vero, di bello, di buono. Al di qua o attraverso tutte le differenze possibili e immaginabili con cui la fantasia può giocare su queste esigenze, queste fondamentalmente rimangono identiche nelle mosse, anche se diverse per i connotati vari delle circostanza dell’esperienza.

E allora, in una scuola, anche il proporre una semplice rappresentazione teatrale, un lavoro che vede la finalizzazione del lavoro stesso nel bene per i ragazzi, nella costruzione o nel tentativo di portare del bene pur soltanto nello sguardo o nel porsi al loro fianco in un coinvolgimento totale, può essere un passo verso l’abbraccio alla totalità del loro cuore e cioè un suggerimento educativo valido.

Innocenzo Calzone

Giornalista pubblicista, architetto e insegnante di Arte e Immagine alla Scuola Secondaria di I grado presso l’Istituto Comprensivo “A. Ristori” di Napoli. Ha condotto per più di 13 anni il giornale d’Istituto “Ristoriamoci”. Partecipa e promuove attività culturali con l’associazione “Giovanni Marco Calzone” organizzando incontri e iniziative a carattere sociale e di solidarietà. Svolge attività di volontariato nel centro storico di Napoli con attività di doposcuola per ragazzi bisognosi; collabora con il Banco Alimentare per sostenere famiglie in difficoltà. Appassionato di arte, calcio e musica rock.

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