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Catacombe dei Cappuccini: il museo della morte a Palermo

di | 2021-10-28T20:55:47+02:00 31-10-2021 6:20|Sezione 5, Viaggi|0 Commenti

PALERMO – Sconsigliata a chi è impressionabile, la visita alle Catacombe dei Cappuccini, poste sotto la chiesa di Santa Maria della Pace, a Palermo, nel quartiere Cuba/Calatafimi, rimane impressa nella memoria. Non è un caso che venga citata da tanti visitatori illustri; tra essi, poeti e scrittori come Alexandre Dumas, Guy de Maupassant, Ippolito Pindemonte, Carlo Levi, Mario Praz.

Cosa hanno di speciale queste catacombe? Nonostante l’appellativo, si tratta in realtà di un cimitero, utilizzato come sepoltura dei frati cappuccini, che si erano stabiliti a Palermo nel 1534 nel convento adiacente alla chiesa di Santa Maria della Pace. I frati, come allora era consuetudine, seppellivano i confratelli defunti in una fossa comune, sotto un altare della chiesa stessa, calandoli dall’alto avvolti in un lenzuolo. Alla fine del 1500, poiché la fossa era diventata insufficiente, fu scavato un ulteriore cimitero sotterraneo, denominato “catacomba”, secondo l’uso linguistico del tempo. Quando, nel 1599, i Frati si apprestarono a trasferirvi i resti dei confratelli defunti, trovarono 45 corpi intatti, mummificati naturalmente. Interpretando l’evento come un segno divino, i corpi furono allora posti in piedi all’interno di nicchie create attorno alle pareti del corridoio delle catacombe.

La prima salma a essere ospitata ed esposta nel nuovo cimitero fu quella di fra Silvestro da Gubbio, il 16 ottobre del 1599. A poco a poco, nelle catacombe, in cambio di generose offerte e donazioni, furono ammesse anche le salme mummificate di defunti laici e, dal 1783, vi ebbero accesso i cadaveri di tutti coloro i cui parenti potevano permettersi la spesa dell’imbalsamazione. Così questo cimitero sotterraneo, con la creazione di altre nicchie nei nuovi corridoi, acquistò il macabro primato di esposizione museale della morte.

Anche se manca un conteggio ufficiale, il numero delle salme dovrebbe essere di circa 8000. Il maggior numero è costituito dai corpi dei frati Cappuccini; il resto è composto da cadaveri dei ceti più ricchi – prelati, nobili e borghesi – poiché il processo di imbalsamazione era abbastanza costoso. Le salme, in piedi o coricate, sono suddivise per sesso e appartenenza sociale. Nei vari settori, rivestiti con gli abiti della festa, si riconoscono preti, ufficiali dell’esercito, borghesi e commercianti; giovani donne morte prima delle nozze, vestite in abito da sposa; gruppi familiari; bambini.

Dopo il ritrovamento dei 45 cadaveri intatti, i frati agevolarono il processo di mummificazione con tecniche specifiche: portavano i defunti nel cosiddetto “colatoio” dove ai corpi venivano prima asportati gli organi interni per essere poi riempiti con paglia e foglie di alloro, per favorire la disidratazione, bloccare la crescita batterica e il processo di putrefazione. Nei “colatoi”, caratterizzati da bassa umidità, i corpi così trattati perdevano l’acqua e si andavano asciugando. Poi le salme venivano poste all’aria aperta e pulite con un po’ di aceto; venivano infine rivestite con il loro abito migliore e collocate nelle nicchie loro riservate. Al termine del processo di mummificazione la pelle assumeva un colore bruno, con la consistenza del cuoio, mentre il corpo aveva ormai una notevole rigidità.

Nei periodi di epidemie, i corpi venivano anche sottoposti a bagni di arsenico o di acqua di calce: metodo questo utilizzato per il cadavere di Antonio Prestigiacomo, morto nel 1844 a 50 anni e imbalsamato con arsenico. Di Prestigiacomo si tramanda che sia morto a causa di un duello e che, prima di spirare, abbia espresso la volontà di essere imbalsamato con due occhi di vetro, per continuare a guardare le donne che sarebbero passate…

A metà del 1800, le nuove disposizioni sanitarie vietarono le sepolture nelle chiese e nei sotterranei. Venne allora costruito accanto alla chiesa l’attuale Cimitero esterno. Dal 1880, nelle ‘catacombe’ non furono più introdotti altri cadaveri, ma ci fu qualche eccezione: nel 1911 fu accolta, ad esempio, la salma di Giovanni Paterniti, viceconsole degli Stati Uniti; nel 1920 quella della piccola Rosalia Lombardo (nata il 13 dicembre 1918 e morta di polmonite il 6 dicembre 1920) il cui padre, distrutto dal dolore, supplicò che il corpo della bimba venisse imbalsamato.

Alfredo Salafia e Rosalia Lombardo Salafia

A curare l’imbalsamazione della bambina, considerata oggi la mummia più bella del mondo, fu il professore palermitano Alfredo Salafia, specialista nel campo delle imbalsamazioni, le cui tecniche e i cui prodigiosi composti chimici sono stati svelati un decennio fa dall’antropologo Dario Piombino-Mascali.

Per imbalsamare la piccola, Salafia utilizzò una miscela composta da alcool, glicerina, formalina, per uccidere i batteri, acido salicilico, per impedire la formazione di funghi, paraffina disciolta in etere per mantenere la rotondità del volto e sali di zinco, per conferire rigidità.

Poiché nel corso degli anni aveva iniziato a presentare qualche piccolo segno di decomposizione, il corpicino di Rosalia è stato collocato all’interno di una teca di acciaio e vetro, satura di azoto, alla temperatura costante di 20 °C e con umidità del 65%.

La bambina appare ancora intatta, con un viso paffutello, la pelle morbida e distesa e un bel fiocco giallo tra i riccioli dorati. Sembra davvero che si sia solo addormentata…

Maria D’Asaro

 

 

Ha lavorato nella scuola media come psicopedagogista e docente; dal 2020 è giornalista pubblicista. E’ autrice del blog: Mari da solcare
https://maridasolcare.blogspot.com

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