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Attenti alle parole: ce lo insegna Cetto Laqualunque

di | 2021-07-09T10:36:34+02:00 11-7-2021 6:20|Attualità, Sezione 5|0 Commenti

ROMA – In ogni cosa “dovrebbe” esserci una misura e così anche nella lingua. Infatti, siamo tutti d’accordo nel considerarla viva e quindi sensibile alle influenze straniere e all’uso ma c’è un punto oltre il quale non si dovrebbe andare, pena la qualità della nostra comunicazione. Per esempio quando usiamo l’espressione “la qualunque”, ormai diffusa tanto da essere entrata nel dizionario per indicare in modo svalutativo – ma senza attenzione alla forma – qualcosa di generico, banale.

Antonio Albanese interpreta Cetto Laqualunque

Quando il comico Antonio Albanese, scimmiottando un certo modo di fare politica, comparve al cinema nelle vesti di Cetto La Qualunque (“Qualunquemente”, 2011), la sua intenzione non era certo di insegnare nulla, semmai il contrario. Il suo personaggio (satirico, borioso, corrotto, volgare) ricostruiva una macchietta tipicamente italiana per provocare il riso e una amara riflessione sulla mediocrità di certi personaggi che, all’arrembaggio, arrivano nella stanza dei bottoni senza avere né arte né parte. Ignoranti, insomma. Invece quel suo cognome, che richiamava il movimento dissacrante verso ogni forma di vita associata e di democrazia diffusosi nel 1944 ma di breve durata, è entrato, da quel film in poi, nel linguaggio comune per indicare, con un salto logico e grammaticale un po’ troppo ardito, ciò che non è del tutto all’altezza della situazione, mediocre.

Ma “qualunque” è un aggettivo, non un nome, e quindi non può avere l’articolo “il/la” davanti. Semmai può essere preceduto da quello indeterminativo “un/una” quando è seguito da un sostantivo. Usarlo quindi per indicare qualcosa di per sé ordinario, di scarsa qualità, non è corretto, a meno che non ci si trovi in un contesto non ufficiale in cui si sia sicuri che il destinatario sia al corrente della “citazione” cinematografica e dell’infrazione grammaticale commessa soltanto per scherzo. Dire “la qualunque” in situazioni formali, però, non si può e non si deve.

Sulla mancata liceità di questo “vezzo” ormai entrato nel linguaggio di persone mediamente istruite o colte si esprime anche la Crusca, di solito tendente ad accogliere nel dizionario quanto diventato di uso comune. “Resta comunque inteso – si legge nelle sue pagine di consulenza linguistica – che la qualunque è sempre usato con sottolineatura ironica e consapevolezza dell’errore”. E quindi, come si diceva all’inizio citando una sentenza di Orazio che le parole le sapeva usare bene, ci deve essere “una misura in tutte le cose”. Il Poeta aggiungeva anche che “vi sono determinati confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto”. L’invito di Orazio è sempre attuale, insomma, ed è quello a non esagerare mai. Il significato di ogni parola non è casuale ed ognuna di esse va scelta con cura, facendo attenzione alla sua posizione e al destinatario. Non significa che ci si debba attenere ad un linguaggio forbito in ogni occasione ma c’è modo e modo. Ne va della nostra dignità: le parole manifestano quello che noi siamo interiormente, i nostri pensieri e non vorremmo mai che certi strafalcioni (a parte quelli detti tra amici o in famiglia), fossero l’abito con cui ci presentiamo.

La genericità ci dà fastidio nei comizi e nel populismo dei politici. Togliamola anche dai nostri discorsi.

Gloria Zarletti

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